Udinese e Torino si dividono la posta in palio: finisce 2-2 alla Dacia Arena

Il Torino di Sinisa Mihajlovic e l'Udinese di Luigi Del Neri si portano a casa un punto a testa: finisce 2-2 alla Dacia Arena. Il match è stato molto equilibrato, sbloccato subito dai granata con la rete del centrocampista, ex Inter, Marco Benassi che ha sfruttato al meglio il grandissimo lavoro di Andrea Belotti. Dopo la rete del vantaggio i granata hanno controllato subendo solo una conclusione a rete da parte di Fofana ed hanno provato a far male a Karnezis ancora con Belotti.Nella seconda frazione dentro Lukic per Valdifiori infortunato e il Torino perde via via il ritmo tenuto nel primo tempo e al 61 subisce il gol del pareggio da parte di Cyril Therau che di testa brucia Rossettini e batte Hart. I granata sono storditi e al 71' subiscono il gol del 2-1 da parte di Duvan Zapata che di tacco da due passi batte per la seconda volta il portiere inglese. Al 77' Ljajic ristabilisce la parità con un tiro a giro che non lascia scampo al portiere greco dell'Udinese. Nel finale espulso Mihajlovic per proteste e al 93 Zapata si divora il gol della vittoria. Dopo 3 minuti di recupero l'arbitro Tagliavento decreta la fine del match: i bianconeri agganciano a quota 14 Inter e Sampdoria, mentre il Torino volta a quota 16 come la Fiorentina di Paulo Sousa.

Referendum, rinvio per sisma: la proposta che agita la politica

È solo un'idea personale, ma già agita la politica. Pierluigi Castagnetti ha lanciato l'ipotesi di rinviare ad altra data il referendum sulla riforma istituzionale a causa dell'emergenza terremoto. "Ci sono tre regioni coinvolte, decine di migliaia di sfollati – ricorda uno dei fondatori dell'Ulivo, parlamentare Pd fino alla scorsa legislatura – non riesco a immaginare in quali luoghi si possa votare all'interno delle zone terremotate e con quali scrutatori".Considerato vicino al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Castagnetti precisa che naturalmente una decisione del genere non può prenderla il governo da solo, ma ci vorrebbe l'accordo di tutte le forze politiche. La suggestione non resta inascoltata. Dalla sinistra Pd, sia pure a titolo personale, Federico Fornaro, manifesta una cauta disponibilità, mentre dalla maggioranza dem Stefano Esposito si mostra scettico, sebbene in un Paese "normale" se ne potrebbe discutere. Per il presidente della commissione Lavoro di Palazzo Madama, Maurizio Sacconi, una decisione straordinaria come il rinvio del voto referendario potrebbe "essere utile non solo per i problemi conseguenti alle migliaia di sfollati ma anche per l'esigenza di evitare in questa fase un ulteriore motivo di lacerazione quale si produrrebbe addirittura sulla Carta fondamentale". "Si potrebbe così sostituire subito la campagna elettorale con una stagione di responsabilità repubblicana". Da Forza Italia non arrivano aperture alla possibilità di un rinvio. E non certo per insensibilità verso quanto sopportano le popolazioni colpite dal sisma. "Quella referendaria – dice all'Adnkronos il capogruppo a palazzo Madama Paolo Romani – è una campagna ormai in atto da tempo". "Da troppo tempo – prosegue- anche per responsabilità del governo che non ha fissato una data più vicina, il Paese è bloccato. È evidente che la situazione dell'Italia centrale è fonte di enorme preoccupazione, ma il referendum è un'altra cosa: è un impiccio di cui dobbiamo liberarci".

Manovra, l’Ue insoddisfatta di Renzi: malumori a Bruxelles

Sull'Italia si addensano nubi nere. Mentre il Belpaese si trova ad affrontare uno dei più drammatici terremoti della storia, da Bruxelles affiorano fastidi e insoddisfazioni per le risposte dell'Italia ai rilievi della Commissione europea sulla legge di Bilancio. A quanto si apprende i chiarimenti forniti dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan nella lettera del 27 ottobre non sono serviti a eliminare le riserve sulla manovra. Non solo. I toni e i contenuti della lettera non sono piaciuti. Tanto che la lettera italiana è stata considerata quella meno costruttiva tra le tutte le richieste di chiarimenti.In base alle regole, i Paesi dell'Eurozona devono presentare alla Commissione europea le bozze di legge di Stabilità per l'anno successivo entro metà ottobre. Quest'anno la scadenza è stata spostata al 17 ottobre per ragioni di calendario. Nei 15 giorni successivi l'esecutivo comunitario può chiedere chiarimenti agli Stati membri, cosa successa per Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Portogallo. Le risposte di Cipro e Italia non sono piaciute. E per questi Paesi si renderà necessario ulteriore lavoro a livello tecnico e politico. Il tempo stringe, visto che entro la mezzanotte di domani la Commissione Ue dovrà dire se la manovra italiana sarà approvata o no. Entro quindici giorni dalla presentazione delle bozze di bilancio, in caso di "gravi deviazioni" dagli obiettivi di aggiustamento strutturale di bilancio richiesti dal patto di stabilità si può chiedere la revisione della manovra. In caso di deviazioni non gravi si può procedere all'approvazione con riserva, chiedendo correzioni marginali senza dovere stravolgere il piano di bilancio originale. Per l'Italia sembra profilarsi questo secondo scenario, come dimostra l'assenza di nuovi richiami formali.Al momento i contatti si tengono in formato verbale. Venerdì scorso il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ne ha parlato a Bratislava con il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Sempre a quanto si apprende a Bruxelles, non è gradito il tono del dibattito politico. La richiesta di flessibilità giustificata dalle spese eccezionali dovute al terremoto appare giustificata, ma si invita a fare uso degli strumenti esistenti senza attacchi politici. La comunicazione sulla flessibilità prevede la possibilità di tenere fuori dal patto di stabilità le spese sostenute per gli investimenti, come previsto anche dal piano Juncker per gli investimenti strategici. Se l'Italia riesce a produrre un piano per gli investimenti di messa in sicurezza e ricostruzione anti-sismica, può far fronte alla spese necessarie nel rispetto dei vincoli europei e delle esigenze nazionali.

Ma il ricordo non crolla

Nell'agosto del 2015, essendo tutti un po' a corto di soldi, Riccardo, Nicoletta, Cicci, mia moglie e io decidemmo di conoscere meglio l'Italia, visto che i viaggi programmati all'estero (Lisbona, Bordeaux, Sarajevo) erano diventati troppo cari.E se partissimo alla scoperta della dorsale appenninica?, propose Ric. Ci spiegò come Roma, con la sua secolare tirannia, avesse gettato nell'ombra le Marche, l'Abruzzo. Già Gadda lo diceva, e a riprova ci lesse alcuni passi delle Meraviglie d'Italia. Da anni sentivamo dire che Ascoli Piceno è una delle città più belle d'Italia, ma occupati come eravamo a visitare Barcellona o Edimburgo o Marrakesh non ci era mai venuto in mente di andarci.Trovammo un modesto agriturismo sulle pendici dei Sibillini, dalle parti di Amandola, e per una settimana esplorammo questa terra aspra e bellissima, macinando centinaia di chilometri fra saliscendi e tornanti alla scoperta di luoghi che mai avevamo immaginato, e che tuttavia formano il cuore, il nucleo di quello che tutti gli abitanti del mondo visualizzano davanti a sé quando sentono la parola «Italia».Solo perché conosciamo (sommariamente) Roma, Firenze, Venezia, Napoli, Palermo, Verona, Siena – forse per questo noi conosciamo l'Italia? L'Italia è un mistero senza fine. Noi visitammo Ascoli, Fermo, facemmo il bagno a Sirolo, ma poi esplorammo quella parte, tra Lazio, Umbria e Marche, sulla quale si è accanito il terremoto più cattivo e insaziabile che si possa immaginare.Visitammo Norcia, la cattedrale, poi cercammo qualcuno che potesse mostrarci una pieve con due commoventi, rudimentali rosoni, ma l'uomo che aveva le chiavi quel giorno non poteva perché era a pranzo da sua sorella, a trenta chilometri. Partimmo allora per Sant'Eutizio, sede di uno dei più antichi e importanti monasteri della cristianità. Conservo ancora con orgoglio nel mio cellulare le immagini di questo paradiso – di bellezza e di conoscenza – con le nostre donne, belle e sorridenti, davanti all'ingresso della piccola chiesa del monastero.Oggi quella chiesa è in parte crollata, così come non esistono più la chiesetta che cercammo inutilmente di visitare e nemmeno la cattedrale di Norcia.Adesso la ragione di quel viaggio si è fatta più chiara. Avremmo potuto visitare altri luoghi, altrettanto belli. Viterbo, Lecce, Siracusa, per dire i primi nomi che mi vengono in mente. Gubbio. Ma anche Bergamo – visitate Bergamo, è meravigliosa. Pensate se un giorno tutte queste meraviglie non ci fossero più. Che ne sarebbe di quella cosa che chiamiamo Italia?Bene. Adesso sono qui per dirvi che l'Italia sta già cominciando a non esistere più, perché le cose che ammirai in quei giorni nemmeno tanto lontani non esistono più. Restano solo fisse nella mia memoria, a comporre la parola «Italia» non meno di come la compongono il Duomo di Milano, la Cupola del Brunelleschi e la Cappella Sistina.E mi domando: cosa le rese possibili? Come mai in una terra così dura, spesso teatro di guerre e di invasioni, mai tranquilla, mai troppo a lungo in pace, tanto che già Dante la chiamava «di dolore ostello» e Petrarca invocava «pace, pace!», al modo in cui si invoca la cosa più desiderabile e più rara – come mai, dicevo, proprio questa terra è stata capace di produrre tanta bellezza? Come mai in Italia più che nel resto del mondo natura e cultura hanno saputo produrre un unico incomparabile concerto? Perché Foscolo ha potuto dire che «le convalli, popolate di case e d'uliveti (cioè del duro lavoro degli uomini) / mille di fiori al ciel mandano incensi»?La ragione più semplice, più limpida si trova dipinta nella celeberrima Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, a Siena, e tradotta in parole suona così: a dispetto di tutti i mali e di tutti i dolori, a dispetto di tutti gli orrori delle nostre biografie e di quelli prodotti dalla Storia, l'Italia è stata popolata per secoli da uomini persuasi che la vita, così com'è, valesse la pena di essere vissuta, e dovesse essere perciò più bella possibile, più umana possibile.Vivere una vita umana qui, dove siamo e così come siamo. Nessun miracolo è più grande di questo, nemmeno se mio padre tornasse tra i vivi. L'Italia è questa cosa: un progetto unico, irripetibile, fondato sull'idea che stare al mondo è una cosa bella e buona.Per favore, facciamo di tutto per salvarla, per salvare questo progetto che noi, italiani di oggi, non siamo più in grado di ripetere. Diamoci una mano. Forse la tragedia del terremoto ci può aiutare quantomeno a capire.

La purga colpisce Cumhuriyet, quotidiano della Turchia laica

Un altro colpo alla libertà di stampa è stato assestato questa mattina in Turchia, dove in una retata al quotidiano Cumhuriyet sono stati portati via il direttore Murat Sabuncu e il giornalista Guray Oz, mentre un mandato d'arresto pende su Akin Atalay, membro del Consiglio d'amministrazione, che secondo la stampa locale si trova al momento all'estero.Una mossa la cui importanza è impossibile da sottovalutare, quella decisa dalle istituzioni, che hanno preso di mira quello che è la più autorevole voce d'opposizione, tradizionalmente allineata con il centro-sinistra e che – tra molte vicissitudini – è in attività dal 1924, quando la repubblica turca da cui prende il nome (che proprio "Repubblica" significa Cumhuriyet) era ancora assai giovane.I problemi del quotidiano non sono una novità, ricorda sul suo blog Michael Daventry, giornalista esperto del Paese. Molte volte il quotidiano fu chiuso dopo il colpo di Stato del 1980, un momento cruciale nella storia moderna della Turchia e sono ora 13 gli ordini di arresto per giornalisti e dirigenti del foglio, che se tira ad oggi solo 50mila copie al giorno, è rimasto però centrale e prestigioso, per la sua linea d'opposizione e per una serie d'inchieste condotte negli anni.Proprio dalle colonne del Cumhuriyet partì negli scorsi anni una pesante accusa alle istituzioni turche, quando il quotidiano pubblicò uno scoop su carichi d'armi che dalla Turchia passavano il confine siriano, con il sospetto che da lì potessero finire nelle mani del sedicente Stato islamico, ma di certo a gruppi ribelli in armi contro Bashar al-Assad.Un lavoro per cui l'allore direttore, Can Dundar, e il capo-redattore da Ankara, Erdem Gul trascorsero diversi mesi in carcere. Ora un nuovo mandato d'arresto è stato spiccato contro l'ex direttore, che si trova anch'egli all'estero, dopo avere rischiato la vita in un attentato a maggio."Faccio questo mestiere da 35 anni ma non è mai stato così difficile", aveva detto a luglio Dundar al Giornale, a pochi giorni dal fallito colpo di Stato contro il presidente Erdogan. "La repressione sarà durissima – aveva aggiunto – e i diritti della popolazione, a cominciare dai media, ancora più ristretti di prima".Oltre agli arresti e ai mandati d'arresto spiccati in Turchia contro nomi legati al quotidiano, anche perquisizioni, in casa dello scrittore Hikmet Cetinkaya e del caricaturista ed editorialista Musa Kart. "Il fatto che arrestino un fumettista – ha commentato Kart – mostra la gravità della situazione in cui ci troviamo".Anche l'editorialista Aydin Engin è stato preso in custodia questa mattina. E se l'accusa della procura contro il Cumhuriyet è quella di legami con il Pkk e con l'organizzazione di Gulen, lui ironicamente ribatte: "Che io lavori per questo quotidiano non è una ragione sufficiente?".Sono più di cento, a oggi, i giornalisti in carcere in Turchia, oltre duemila quelli che hanno perso il lavoro in una dura repressione dopo il fallito golpe del 15 luglio, che ha preso di mira prevalentemente (ma non solo) testate legate a Fethullah Gulen, come lo Zaman, o accusate di sostenere i curdi del Pkk.[gallery 1232670]

Vettel penalizzato in Messico: Podio tolto dalla burocrazia

Dalla festa per il terzo posto di Sebastian Vettel alla rabbia per il podio sfumato a tavolino in poche ore. La stagione maledetta della Ferrari continua in Messico e la delusione e la rabbia affiorano nelle parole di Maurizio Arrivabene. "Poteva essere una giornata dal sapore speciale, con un podio meritatissimo che ci è stato tolto dalla burocrazia", dice il team principal della Rossa commentando la decisione dei commissari di infliggere al tedesco una penalità di 10" nella classifica finale, facendolo scivolare dalla terza alla quinta posizione alle spalle delle due Red Bull di Daniel Ricciardo e Max Verstappen con cui aveva duellato in pista.La sanzione è stata motivata da una manovra giudicata "potenzialmente pericolosa", ovvero il cambio di direzione ai danni di Ricciardo nel momento in cui il tedesco era dietro a Verstappen e l'olandese si rifiutava di cedere la posizione nonostante un taglio di pista. "Tutta la squadra aveva dimostrato carattere rimanendo unita e concentrata in un momento difficile", è il rammarico di Arrivabene. "La strategia -aggiunge- ci aveva permesso di recuperare posizioni, i due piloti hanno fatto un ottimo lavoro. Purtroppo siamo stati penalizzati da una decisione inappellabile dei commissari che ritengo troppo pesante e, per certi versi, ingiusta". E la delusione è grande anche per Vettel, convinto di non avere commesso nessuna irregolarità ai danni di Ricciardo: "Lo rispetto moltissimo e non è bello quando due macchine si toccano. A mia difesa posso dire che stavo lottando con tutte le forze, ho cercato di lasciargli comunque un minimo di spazio e penso di averlo fatto", evidenzia il driver di Heppenheim.

Da Garibaldi a Hemingway: la storia si cura al Policlinico

La storia delle corsie del Policlinico di Milano si intreccia con quella ufficiale, con i nomi e le battaglie finite sui libri di testo, con quella degli eroi nazionali e degli scrittori. Nei letti e nelle sale visite dell'ospedale sono transitati personaggi del calibro di Garibaldi, Napoleone, Hemingway. E parecchi medici del passato sono stati citati nelle opere letterarie che tutti, da sempre, abbiamo nella libreria di casa. «Negli archivi dell'ospedale – racconta il responsabile dei beni culturali della Fondazione, Paolo Galimberti – c'è poca documentazione medico sanitaria. Ce n'è molta di più legata all'arte, all'architettura, alla storia». E tra l'immenso patrimonio spunta anche la bozza corretta di un sonetto che Giacomo Leopardi spedisce al suo editore Stella: è arrivata assieme all'eredità donata da un benefattore.Quando Ernest Hemingway si presta come volontario durante la Prima guerra mondiale e viene messo a guidare le ambulanze, rimane ferito e viene ricoverato all'ospedale della Croce Rossa americana allestito in piazza Cordusio. Ma chiede di essere operato dal miglior chirurgo della città e si rivolge a Baldo Rossi, primario del padiglione Litta del Policlinico. È così soddisfatto della professionalità del medico che lo cita sia nei «Quarantanove racconti» sia in «Addio alle armi», dove compare con il nome di fantasia di dottor Valentini in un ragionamento su chi fa il proprio lavoro con serietà e chi no, distinguendo fra «iniziati e non iniziati».Ma facciamo un salto indietro nella storia, al 1796: Napoleone è impegnato con la battaglia di Lodi ed entra a Milano il 16 maggio assieme all'Armata d'Italia. Al Policlinico ricovera i suoi soldati feriti, talmente tanti che, nei documenti tuttora conservati negli archivi, si parla di «corsie che rigurgitavano». Per ringraziare l'ospedale del soccorso prestato, il condottiero dona il collegio elvetico di via Senato (aveva da poco soppresso gli ordini religiosi). Ma l'istituto, che ora è sede dell'Archivio di Stato, non era suo, lo aveva semplicemente occupato per farne la sede del Senato napoleonico. Quello che lascia in eredità realmente sono la cascina Mirasole e gli ettari di terreni lì attorno, dove oggi il Policlinico coltiva prodotti propri da vendere e servire sul vassoio dei malati.Il direttore medico Andrea Verga, nel 1854 suggerisce all'imperatore Ferdinando II di far chiudere la mini Darsena (di via Laghetto) accanto al Duomo per motivi igienici definendolo una «pozza maleodorante». Quando Garibaldi «fu ferito» nel 1862 durante la battaglia in Aspromonte, viene curato dal celebre medico Ambrogio De Marchi Gherini, amico di Giuseppe Mazzini, che dal 1839 al 1873 presta la sua opera di chirurgo presso l'ospedale Maggiore, dove è il primo a sperimentare con successo, e quindi a introdurre, l'uso dell'anestesia generale con etere e cloroformio.Passiamo a un altro capitolo della storia dell'ospedale: quello legato ad Alessandro Manzoni. L'autore pare non essere mai stato ricoverato. Ma negli archivi è ancora conservato un suo biglietto che fa recapitare, assieme a una donazione, «alla signora Besana, crociera degli scalini». La signora Besana fa parte della Pia unione di beneficenza che tuttora esiste e che raduna un'ottantina di volontarie.Non solo, Manzoni nei Promessi Sposi cita il medico Alessandro Tadino del Policlinico come colui che riconobbe i sintomi della «peste di San Carlo». Dando un'accelerata fino alla storia moderna, le mura del Policlinico hanno anche fatto da testimoni ai fatti più recenti. Il 19 novembre 1969, circa un mese prima dalla strage di piazza Fontana, l'agente di polizia Antonio Annarumma, prima vittima degli Anni di Piombo, viene ricoverato d'urgenza dopo gli scontro in via Larga durante la manifestazione dell'Unione comunisti e del Movimento studentesco. E anche quella pagina di cronaca è raccontata tra le barelle e le sale operatorie dell'ospedale voluto da Francesco Sforza.

Berlusconi dialoga con Salvini: Già d’accordo sulla flat tax

«D entro una coalizione è il partito più forte ad aver diritto di scegliere il leader. In questo momento la Lega e Forza Italia nei sondaggi sono praticamente sullo stesso piano, ma le posizioni saranno determinate al momento delle elezioni».Silvio Berlusconi tiene vivo il dialogo con Matteo Salvini e continua a lavorare per legare insieme le varie anime del centrodestra. L'atteggiamento resta costruttivo, la volontà di rilanciare un rapporto organico e programmatico con il Carroccio e Fratelli d'Italia è intatta. Un dialogo confermato anche dalle anticipazioni del nuovo libro di Bruno Vespa – C'eravamo tanto amati – in cui il presidente di Forza Italia rivela di essere pronto a varare con il numero uno del Carroccio la flat tax. Se il leader del Carroccio insiste per il 15% e indica – sempre nel libro di Vespa – le modalità per recuperare i 63 miliardi occorrenti, Berlusconi spalanca la porta sul tema. «Nei nostri incontri non abbiamo indicato la soglia definitiva dell'aliquota ma concordiamo sul principio» assicura. «La riorganizzazione dello Stato porterà a risparmi che ci consentiranno di applicare un'aliquota comunque interessante».Restando in campo economico Berlusconi ha le idee chiare sulla questione, a lui cara, della sovranità monetaria. «Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e Cina sono usciti dall'ultima, lunga crisi perché hanno stampato moneta. Il premier giapponese Shinzo Abe ha raggiunto addirittura il 20% del Pil. Con lo stesso criterio, noi avremmo potuto stampare più di 350 miliardi di euro. E l'inflazione in Giappone è aumentata solo del 3,5%, un buon lievito per l'economia. Dobbiamo agire su due fronti – avverte l'ex premier – Da un lato rendere l'euro competitivo con le altre valute, dall'altro affiancarlo a una moneta nazionale aggiuntiva. Inoltre dobbiamo ottenere una revisione del bail in, un rischio per i risparmiatori che depositano i soldi in banca».Ragionamenti e approfondimenti sul futuro dell'Europa cedono, però, il passo all'attualità del referendum. Se Matteo Renzi continua a cavalcare la strategia del «nuovo contro vecchio», scegliendosi i contendenti dei vari faccia a faccia, Stefano Parisi lancia il guanto di sfida. «Basta scegliersi gli interlocutori» dice al Giornale «tra rottamati ed esponenti della Prima Repubblica. Se il premier vuole io sono pronto a sfidarlo a un confronto pubblico sul ddl Boschi, ma anche sugli effetti reali delle sue riforme economiche che non hanno prodotto alcun risultato e sulla sua politica estera».Si muove anche Berlusconi che a Villa Gernetto venerdì si è concesso per una intera giornata a una trentina di rappresentanti del territorio. L'obiettivo? Spiegare le ragioni del «No», un lavoro corredato da un opuscolo fatto stampare ad hoc. Berlusconi vuole sfruttare al meglio le «potenzialità inespresse» degli amministratori. Tra i convocati Alessandro Cattaneo, Guido Castelli, il sindaco di Cividale del Friuli, Alessandro Balloch, il sindaco di Avola, Luca Cannata, consiglieri regionali come Gianpiero Zinzi, Stefano Mugnai ed Elena Donazzan, comunali come Andrea Tronzano e Pietro Tatarella, Marco Bestetti dei giovani di Fi. L'obiettivo è ribaltare lo «schema Renzi» mettendo in campo testimonial del territorio. Mercoledì su Sky andrà in scena un confronto tra il sindaco di Firenze Nardella e quello di Ascoli, Castelli. Un appuntamento, quello di Villa Gernetto, che si ripeterà presto e sarà centrato anche sul partito.

Sono il principe dell’Isola dei famosi ma le figuracce le fecero i Savoia

Come la chiamano? Principe? «Fulco». Fulco Ruffo di Calabria, primogenito maschio del principe Fabrizio (morto nel 2005), è il principe: la sua famiglia, i Ruffo di Calabria, è una delle casate più antiche d'Europa. Suo nonno, di cui porta il nome, è stato un eroe della prima guerra mondiale: volava nella mitica Squadriglia Baracca, medaglia d'oro al valore militare ancora in vita, senatore del Regno. Sua zia Paola (sorella del padre) ha sposato Alberto del Belgio ed è diventata regina.Dopo avere conosciuto quasi tutta l'upper class e l'aristocrazia del vecchio continente, Fulco Ruffo ha deciso di raccontare la sua vita in una autobiografia, Ricordo quasi tutto, pubblicata da Mondadori e scritta con la sua fidanzata, la giornalista Concita Borrelli (la quale spiega: «Non ne potevo più di ascoltare tutta la vita di Fulco, così gli ho detto: scriviamola…»). Pantaloni e camicia di jeans, Fulco Ruffo è seduto nel salotto del loro appartamento romano, poco distante da Villa Borghese, fra i suoi quadri e con accanto il cane Ras, che poi è il re della casa; infatti a dominare l'ingresso è un suo ritratto, «dipinto su una tela del Seicento e con una cornice del Settecento». Sullo sfondo, il castello Ruffo di Scilla.Principe, ha avuto una vita particolare.«Terribilmente particolare».Cominciamo dall'inizio. È nato nel 1954 a Buenos Aires, come mai proprio là?«Mio nonno, il padre di mia madre Elisabetta Vaciago, aveva un'attività tessile. Appena sposato, mio padre aveva lavorato per lui in Argentina. Poi ci siamo trasferiti a Torino, sempre per il suo lavoro».La sua infanzia negli anni Cinquanta e Sessanta è a Torino. È questa città che sembra al centro della vita dell'epoca, non Roma…«Eh, sì. A Roma sperperavano tutto quello che era rimasto in alcune famiglie. Invece mio padre capì che doveva rimboccarsi le maniche per concretizzare la sua vita. E Torino allora era la vera capitale d'Italia: la televisione, le industrie manifatturiere e automobilistiche, l'alimentare».Conoscevate gli Agnelli?«I rapporti fra mio padre e l'Avvocato risalgono agli anni Quaranta, quando entrambi fecero una parte del servizio militare in Cavalleria a Pinerolo. Poi, con la guerra, ognuno seguì la sua direzione».Era compagno di scuola dei figli dell'Avvocato?«Sì. Noi vivevamo in corso Galileo Ferraris. Edoardo e Margherita vivevano in corso Matteotti, l'arteria principale di Torino, a quattrocento metri dalla nostra scuola, la Giosuè Carducci. A metà strada c'era la mitica Scuola di applicazione dell'Esercito italiano. Questo per dire che per tutti noi c'era la vicinanza, anche fisica, a una certa mentalità».Quale mentalità?«Il rigore, l'obbligo, la non ostentazione. Ricordo certe feste a casa loro, molto divertenti, ma sobrie: perché Torino è una città sobria, concreta».Che cosa c'era a quelle feste?«Ero impressionato dall'altezza dei camerieri: erano tutti uguali. Figuriamoci le meringhe del Montblanc… E poi dal trenino elettrico di Edoardo, quando lo vidi rimasi stravolto. Occupava una stanza enorme, col fumo che usciva e i personaggi che sembravano veri, il capostazione che alzava il berretto. Non osai nemmeno toccarlo».È vero, come scrive nel libro, che già alle elementari uno dei vostri compagni fra i meno fortunati era molto più allegro di lui?«Sì. Ho un raro filmino in cui ci siamo noi che usciamo da scuola, io con la mia faccia solita e Edoardo da solo, che guarda se arriva il suo autista. È molto triste».Parliamo di sua nonna, Luisa Gazzelli dei conti di Rossana, che sposò suo nonno Fulco.«Mia nonna è stata la persona più importante della mia famiglia. Gli altri sono tutti astanti. Una personalità grandiosa. Nata piemontese, ricchissima, fra i suoi antenati c'era il marchese di Lafayette. Era molto sobria, tutte le sue case erano di un parco… E manteneva una curiosità enorme verso la vita: non i salotti, ma la strada, anche se aveva incontrato Mussolini e D'Annunzio, che era stato anche suo testimone di nozze».Una principessa che non amava i salotti?«Era completamente diversa dalle principesse romane. Anche quando abitava qui a Roma ne vedeva pochissime, tre o quattro amiche al massimo. Non lo faceva per snobismo, era il suo carattere».C'è una differenza fra nobiltà piemontese e nobiltà romana?«In realtà la differenza è fra nobiltà e aristocrazia, per quanto possa valere. Cioè zero, secondo me».Sarebbe?«La nobiltà è una cosa fatua, non basata su dati certi. L'aristocrazia è quella che fonda le radici in una storia veramente accaduta, intorno al 1000-1100. La nobiltà invece è targata 1920-30-40. È una questione di auto e di targhe, diciamo».E di quasi mille anni in mezzo?«Non l'ho detto io. L'aspetto pratico, sociale ed etico invece è diverso: l'aristocrazia nordica ha sempre lavorato, prodotto; il Sud è un po' più discreto, in questa materia, anche per via del bel clima».Ma lei frequenta i salotti?«Li conosco, ovviamente, ci vado ogni tanto, ma non li frequento. Comunque la vera mondanità non è a Roma, è fuori: a Londra, a New York. Qui c'è solo la polvere di stelle, qualora fossero stelle».In che senso la mondanità è altrove?«Nei salotti di Roma non c'è più il potere. Ormai, con Renzi, l'era degli attovagliamenti è finita. E in ogni caso la mondanità è altro, è quella dei Solvay, degli Agnelli, quella che ho visto a Long Island, a New York, in Belgio… La mondanità inizia da Milano in su».Lei porta il nome di suo nonno Fulco. Che cosa dicevano in famiglia di lui?«Era un mito. Ti rivolgeva solo lui la parola, non potevi neanche fargli domande. Capisce, aveva fatto cose troppo grandi, su quegli aerei che oggi ci sembrano giocattoli. Aveva l'avventura e il rischio nel sangue: a vent'anni partì da Napoli per andare in Somalia a fare affari per conto di una società italo-belga. Era un militare, un eroe di guerra, medaglia d'oro e d'argento… Morì nel '46 al Forte».Quanto sono antichi i Ruffo di Calabria?«La favola dice esistesse una gens rufa nell'antica Roma, ma credo sia quasi impossibile da dimostrare».E la realtà che cosa dice?«Pietro Ruffo è il primo conte di Catanzaro, intorno al 1100. Da lì nasce l'insediamento in Calabria, ma il potere arriva con Federico II, che ci dà, e qui pecco di orgoglio, l'appellativo dei Calabria: siamo l'unica famiglia, a parte i reali, ad avere l'appellativo di una regione. Ma questa è presunzione».I suoi titoli?«Il più antico è conte di Sinopoli, poi c'è duca di Guardia Lombardi, che è in Irpinia; ma il più bello, per me, è principe di Scilla. Quando mio padre è morto ho fatto un bagno da solo in quelle acque meravigliose».Coi suoi genitori che rapporto aveva?«C'era una vita quotidiana molto regolare, ma non molto affettuosa. C'era un certo distacco fra bambini e genitori, un certo tipo di educazione».Che tipo di educazione?«Un'educazione importante perché ti forma, come gli acciai nel forno rovente. A volte ricevere scosse aiuta il carattere. Cosa non successa con Edoardo Agnelli: abbiamo ricevuto la stessa educazione, ma lui non ha resistito alle sollecitazioni. Io sì, soffrendo, ma non piegandomi mai».Che altro voleva raccontare della storia della sua famiglia?«Alcuni episodi più nascosti, per esempio di mio zio morto a diciotto anni, ucciso dai tedeschi. Non solo di re e regine, belle belle ma un po' discolette».Discolette?«Non lo dico io, negli anni Settanta…».Parliamo di sua zia Paola, regina del Belgio?«Zia Paola, sì, del resto così bella ce n'è solo una. Con quei denti leggermente accavallati… Pazzesca».E perché discoletta?«Fu fotografata in spiaggia con un conte capellone, oltretutto con lo stesso nome del marito. Era un po' vivace».Sua zia è nata a Forte dei Marmi?«Sì. E lì è morto suo padre, mio nonno Fulco. L'anno scorso sono andato dal sindaco del Forte, che fra l'altro è un ufficiale degli alpini, per proporgli di fare qualcosa: una lapide, una via o una scuola intitolate al nonno e una targa per una regina nata al Forte. Tutto a costo zero, fra l'altro».Che cosa ha risposto?«Non mi ha fatto neanche accomodare, e poi ha detto che mio nonno non era morto al Forte bensì a Poveromo, cioè a cinquecento metri. Mi sono così arrabbiato, ma che cosa gli costa?».Che lavoro fa un principe?«Dopo il militare ho lavorato a Bruxelles per la Ceat e poi per la Fiat, vendevo auto al corpo diplomatico. Sono stato in Rhodesia, oggi Zimbabwe, nel periodo dell'apartheid e in Sudafrica. Segnalavo le partite di materie prime, come ferro e cromo, a mio papà, che aveva delle agenzie. Poi, tornato a Torino, ho avuto una piccola querelle con mio fratello Augusto, e così mi sono trovato altro».Ma deve lavorare per vivere?«I miei fratelli sono molto ricchi, io no. Ho delle piccole riserve. Comunque ho sempre avuto denaro sufficiente per condurre una vita piacevole».E che cosa fa oggi?«Da anni mi occupo di arte. Il mio grande amore è la pittura. Ora sto organizzando una mostra sui cani in posa: si terrà a Venaria Reale, ci saranno 120 dipinti da tutto il mondo ed esposizioni di razze canine».Perché qualche anno fa è andato all'Isola dei famosi?«Per soldi: era un lavoro…».E suo padre?«Non era d'accordo. Invece mia mamma, con una delle sue profezie mi disse: So che viene Al Bano, vedrai che diventerete amici».È vero?«Sì. Siamo amicissimi. Il principe e il contadino. Ci sentiamo spesso. Anche se è all'estero, in Turchia o in Azerbaigian, al massimo dopo dieci minuti mi richiama. Io ho sempre avuto un dialogo con la terra».Si sente un uomo rurale?«Ah sì, molto. Per la mentalità. Mi alzo alle cinque e mezzo del mattino. E poi c'è un approccio fisico alle cose, semplice. Dicono sia un po' da fascista, alla Mussolini…».Lo è?«Oggi si tendono a fare tutte queste élite del cavolo, lui stava in mezzo alla gente. Poi ha sbagliato tantissimo dal '38 in avanti: ha fatto l'esatto contrario del precedente. E ha pagato per questo. Comunque io sono rurale perché amo l'onestà intellettuale: sono allergico alla rive gauche italiana».L'aristocrazia ha ancora un ruolo?«Se sono persone che lavorano, che hanno un ruolo attivo nella società: è così che un cognome che è stato importante continua a esserlo. Ma bisogna essere puliti».E la monarchia?«I Savoia hanno dato un esempio pessimo: divento repubblicano quando sento quel nome, e anche repubblichino… Hanno offerto una rappresentazione grottesca, si sono rimangiati la parola data. Hanno fatto pasticci già dal '43».Ha vissuto in molte città. C'è un posto che considera casa?«Forte dei Marmi. Anche per questo sono così arrabbiato col sindaco».E Roma?«Alla fine è un vestitino che mi sta bene. Milano è fantastica, senti subito l'attività, ma devi essere ricco per vivere bene».A Roma no?«No, non serve».

Milan, scintille Bacca-Montella: il tecnico lo perdona

Il Milan di Vincenzo Montella ha vinto per 1-0 contro il Pescara di Massimo Oddo ma c'è da registrare un mini sfogo di Carlos Bacca che sostituito al minuto 84' non le ha mandato di certo a dire al suo tecnico. Il colombiano è parso alquanto contrariato per il cambio effettuato dal tecnico campano e nonostante abbia giocato praticamente tutta la partita non ha voluto dare il cinque al suo allenatore.Bacca, fino a questo momento, ha messo insieme 11 presenze per un totale di oltre 775 minuti e 6 reti al suo attivo. In estate è stato molto vicino a lasciare il Milan per accettare la corte del West Ham ma alla fine è rimasto. Montella, al termine del match, ha minimizzato sull'accaduto: "La reazione di Bacca? Ho visto di peggio. Vedremo se avrà qualcosa da dire, domani ci ritroveremo. Da parte mia non c’è nessun problema. Bacca ha fatto il suo lavoro, poteva sfruttare meglio qualche occasione. ma ha dato il suo apporto".