Il discorso di fine anno di Mattarella

Il voto, l'astensionismo, il lavoro e i giovani. Sono i temi più importanti che Sergio Mattarella ha toccato nei suoi tradizionali auguri al Paese.Un discorso di fine anno durato dieci minuti (guarda) in cui si è concentrato sull'anno che ci aspetta più che su quello appena passato. A partire dalle prossime elezioni politiche."Mi auguro un'ampia partecipazione al voto e che nessuno rinunzi al diritto di concorrere a decidere le sorti del nostro Paese", ha detto Mattarella, "Ho fiducia nella partecipazione dei giovani nati nel 1999 che voteranno per la prima volta". Quindi il parallelismo con gli altri "ragazzi del '99", quelli che durante la Grande guerra "vennero mandati in guerra, nelle trincee" e "vi morirono": "Oggi i nostri diciottenni vanno al voto, protagonisti della vita democratica", aggiunge il Capo dello Stato, "Propongo questa riflessione perché, talvolta, corriamo il rischio di dimenticare che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell'Europa. Non avviene lo stesso in tanti luoghi del mondo. Assistiamo, persino, al riaffacciarsi della corsa all'arma nucleare. Le elezioni aprono, come sempre, una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento. A loro sono affidate le nostre speranze e le nostre attese".[youtube 6bbfYUeSOws]Dopo aver ricordato che settant'anni fa entrava in vigore la Costituzione, Mattarella ha sottolineato il fatto di aver chiuo la legislatura per "rispettare il ritmo, fisiologico, di cinque anni, previsto dalla Costituzione" e che "andremo a votare con una nuova legge elettorale approvata dal Parlamento, omogenea per le due Camere"."Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l'avvenire, così deformando il rapporto con la realtà. La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro", ha poi aggiunto il Presidente della Repubblica, "In questo tempo, la parola futuro può anche evocare incertezza e preoccupazione. Non è stato sempre così. Le scoperte scientifiche, la evoluzione della tecnica, nella storia, hanno accompagnato un'idea positiva di progresso. I cambiamenti, tuttavia, vanno governati per evitare che possano produrre ingiustizie e creare nuove marginalità. L'autentica missione della politica consiste, proprio, nella capacità di misurarsi con queste novità, guidando i processi di mutamento. Per rendere più giusta e sostenibile la nuova stagione che si apre".La priorità sociale resta però il lavoro: "Anzitutto per i giovani, ma non soltanto per loro", spiega Mattarella, "E' necessario che ve ne sia in ogni famiglia. E va garantita la tutela dei diritti e la sicurezza, per tutti coloro che lavorano".Solo un accenno, invece, all'anno che è passato: nel suo discorso il presidente della Repubblica ricorda "le vittime di Rigopiano e della alluvione di Livorno; i cittadini di Ischia, che hanno patito gli effetti di un altro sisma e tutti coloro che, nel corso dell'anno, hanno attraversato momenti di dolore", ma anche "i nostri concittadini vittime dell'attentato di Barcellona", che ci ricordano "il dovere di mantenere la massima vigilanza nella lotta al terrorismo".

Morgan: Casa pignorata? Voglio rispetto da chi mi disse ti amo

"Quando si ha un tetto, del cibo e dei vestiti, tutto il denaro in più è una sconfitta". Si sfoga così su Facebook Morgan all'indomani del pignoremento da parte del tribunale di Monza su richiesta dell'ex moglie, Asia Argento.Nella sua lunga lettera, il cantante ricorda la sua infazia, segnata dalla morte per suicido del padre quando aveva solo 16 anni. "Ci siamo rimboccati le maniche", ricorda, "Mia madre, insegnante elementare in pensione, si è messa improvvisamente a girare da sola in macchina per tutta Italia improvvisandosi rappresentante di vestiti; mia sorella che aveva un anno più di me e che faceva la quinta ginnasio al liceo classico, ha cominciato a fare la cameriera e la commessa; io uscivo a mezzanotte con il motorino e andavo a fare piano bar per le coppiette innamorate nei locali della Brianza, tornavo alle cinque del mattino e alle otto, in bicicletta, con mia sorella sul manubrio, andavo al liceo. Io son stato bocciato mentre lei si è presa due lauree. Abbiamo pagato la casa, mettendo insieme le forze. Abbiamo continuato a studiare musica, lei il violoncello e io il pianoforte. Non mi sono laureato ma ho fatto il professionista musicista, mi conoscete tutti, non sono una persona superficiale, qualche libro l'ho letto, qualche strumento lo suonicchio".Poi racconta di come sia riuscito a comprare "una benedetta prima casa, l'unica, per metterci dentro una famiglia, dei figli, un televisore, un pianoforte, e il minimo per una vita tranquilla e dignitosa". "Altro che rockstar, altro che figli d’arte: sono una persona comune, per bene", rivendica, "Ma artista. Mi son fatto da solo. A diciassette anni ho firmato per una major – la Polygram, e ho inciso il mio primo album. Non c'erano mica i talent show, nemmeno l’ombra. Sono una persona comune, come tanti altri, dotato musicalmente. Ma non è il talento un merito mio: quel che spetta a me è il dovere di onorare il dono del talento con l’impegno quotidiano. Sono un cittadino-artista. Che significa? Che in testa non ho l'ossessione di arricchirmi, ma gli accordi, i ritornelli e gli arrangiamenti. Non so cosa farci".Infine la questione delle figlie: "L'averle messe al mondo è stata una scelta, non un incidente, perciò è logico che non mi sottragga al fatto di mantenerle al massimo delle mie possibilità, e non ho mai battuto ciglio quando i tribunali hanno stabilito gli assegni, nello stupore dei miei avvocati che tentavano di farmi ridimensionare le somme", racconta, "Intanto io, che tra l'altro non ero quello che aveva voluto la separazione, continuavo a lavorare come sempre, e i soldi li facevo gestire di volta in volta a professionisti, i cosiddetti commercialisti, cosa che fanno tutti, non solo chi al denaro non è particolarmente attento. Per farla breve, un giorno sono caduto dal pero, ed è stato non molto tempo fa, quando, dopo un’intera stagione di lavoro televisivo, una stagione campionessa di incassi, con ascolti record, mi trovo senza compenso. Perché? Innanzi tutto perché metà se li è presi Equitalia. E l'altra metà, non mi viene corrisposta semplicemente facendo appello alla mia indisciplina. Così, da un giorno all'altro io vengo a sapere che ho un gigantesco debito con l'Agenzia delle Entrate, accumulatosi in dieci anni di tasse mai pagate"Una situazione di cui – sottolinea Morgan – era all'oscuro: "Non te lo puoi inventare, se non te lo dicono. Nessuno nemmeno mi aveva chiesto un parere. Io di certo non ho mai detto a chi gestiva il denaro di non pagare le tasse, anzi, quando chiedevo notizie sul denaro – che mi sembrava sempre un po' meno di quello che mi pareva dovesse essere la quantità – mi veniva detto: eh, si è vero, ma le tasse sono alte. E invece non venivano pagate. Quindi dove sta il denaro? Boh. Io mi sono soltanto affidato a dei professionisti". "Ho pagato sempre", continua, "E i bonifici per gli alimenti sempre in automatico, come prima operazione. Per anni, pagato somme esorbitanti, intere rette annuali per scuole private di lusso, che costano più della Bocconi, ma non c'è problema, per la bambina questo e altro, figuriamoci. Per una bambina fantastica, che non ha colpa, semmai la fortuna di essere figlia di un musicista realizzato e di una attrice con un albero genealogico talmente grande che non ci sta neanche nei parchi delle sue ville in Toscana o nei giardini pensili delle sue terrazze romane"."Ma il problema non è mica Asia", aggiunge, "Sono certo che lei non c'entra nulla con questa faccenda, figuriamoci! Ma secondo voi, che interesse avrebbe nei confronti della mia umile dimora monzese, lei che vive tra Parigi e Los Angeles in case meravigliose, e che lavora con i più grandi registi del mondo? Mica ha bisogno di me per farsi mantenere! Quei tremila euro con cui certe famiglie avrebbero tirato su dodici figli, per lei sono una bazzecola, ci paghi giusto un giorno d'albergo a New York, viaggio escluso. Ma scherziamo? No?! Però appena ho sgarrato una mezza volta, e non per mia volontà, come ho spiegato ampiamente prima, allora ecco che subito arriva la notifica, il pignoramento, la chiamata a rispondere della condotta deplorevole, e per non parlare delle diffamazioni, le sputtanate a mezzo stampa. Ma sì, distruggiamolo quello stronzo, togliamogli tutto, figli, casa, dignità civile, che ci frega, anzi mi diverto. Dai massacriamolo, senza pietà, senza un minimo di rispetto! E non parlo del ricordarsi di aver detto ti amo, ma del minimo rispetto di un essere umano. La cosa che mi importa è che mia figlia mi vuole bene e si merita genitori che dialoghino volando alto e non solo di mere faccende pecuniarie. Magari di arte, ogni tanto".

La costola di Enimont e la battaglia sul mater bi

Nel giugno scorso tra i 25 nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, su proposta del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda c'era anche lei: Catia Bastioli, presidente di Terna e amministratore delegato di Novamont. Laureata in chimica, esperta in scienze dei materiali con una particolare attenzione alla sostenibilità ambientale si è reinventata imprenditrice quando l'impero costruito da Raul Gardini si è disgregato travolto dallo scandalo. E fu proprio grazie alla Bastioli che dal naufragio Enimont emerse la Novamont.In soli dieci anni arriva a 40 milioni di euro di fatturato ma è con il business degli shopper biodegradabili che la Novamont fa il botto. A fine anno ha annunciato il raddoppio della produzione da 50.000 a 100.000 tonnellate di biopoliesteri per il primo trimestre del 2018 con un fatturato salito a 170 milioni. Un boom al centro di una polemica: all'epoca si disse che la normativa che vietava i sacchetti di fatto favoriva, a scapito di tecnologie concorrenti, la diffusione degli shopper di Mater-Bi, materiale a base di amido di mais e oli vegetali «inventato» dalla Bastioli che così lo definisce: «grazie alle sue caratteristiche della biodegradabilità e compostabilità e all'alto contenuto di materie prime rinnovabili, consente di ottimizzare la gestione dei rifiuti organici».Il 24 marzo del 2012, quando in carica c'era il governo Monti, venne pubblicata in Gazzetta Ufficiale la normativa che rende obbligatorio per legge l'uso dei sacchetti biodegradabili. Non solo. Erano già previste pesanti sanzioni nei confronti di chi avesse commercializzato sacchetti di plastica non compostabile, come sono quelli della Novamont. E fu allora che si scatenò la polemica. Assoecoplast, associazione di produttori di sacchetti oxo-biodegradabili in politilene più additivi verdi, fece invano ricorso all'Antitrust sostenendo che la normativa veniva a creare di fatto una situazione di mercato che avrebbe favorito la Novamont perché era l'unica azienda a produrre quel tipo di sacchetti ammessi dalla legge. Come spesso accade in Italia anche i tempi si sono allungati e la dead-line per l'attuazione del divieto è stata prorogata anno dopo anno fino al 2018. Non solo. Assoecoplast, sosteneva pure che l'uso dei sacchetti a base di mais non presentava particolari vantaggi rispetto alla plastica resa biodegradabile con additivi. Si faceva notare soprattutto che potevano essere riciclati perché più resistenti senza creare problemi nei processi di riciclo della plastica raccolta in maniera differenziata.Quelli a base di amidacei, sosteneva Assoecoplast, devono essere inviati all'impianto di compostaggio, sono adatti solo per la raccolta dell'umido e non possono essere riutilizzati vista la fragilità. Punti di vista contrapposti in una battaglia di opposte lobby. In mezzo, gli ignari consumatori.

La tassa sui sacchetti di plastica fa ricca la manager renziana

L'obbligo di comprarli scatta da domani, ma nei supermercati si respira già il malumore dei clienti per la «tassa sui sacchetti».Quel che non è ancora chiaro a chi fa la spesa, è chi incasserà i proventi della nuova subdola imposta. Per capire chi in queste ore sorride al pensiero dei sacchetti a pagamento bisogna mettere insieme alcuni fatti, qualche sospetto e un numero impressionante di coincidenze. Che hanno una data d'inizio: 3 agosto 2017. È il giorno in cui viene approvato in commissione, con voto compatto del gruppo del Pd, l'emendamento che introduce il balzello. In pieno clima di ferie il Parlamento sente l'esigenza di accelerare la norma infilandola in una legge che c'entra ben poco, il Dl Mezzogiorno. Col paradosso che in un provvedimento che dovrebbe portare sviluppo al sud compare un emendamento, firmato dalla deputata Dem Stella Bianchi, i cui frutti saranno goduti molto più a Nord, e precisamente in Piemonte. Vedremo dopo per quali strade.Prima è meglio dare un'occhiata a come è stato congegnato l'emendamento. Da una parte si impone il divieto di usare i sacchetti ultraleggeri di plastica, quelli che servono a pesare la frutta o a incartare formaggi e salumi. Fin qui è l'attuazione di una direttiva europea che ha uno scopo condivisibile, ridurre il consumo di plastica e il suo impatto ambientale rendendo obbligatori i sacchetti con almeno il 40% di componente biodegradabile. Il Pd aggiunge però un altro meccanismo diabolico: ai supermercati è vietato regalarli ai clienti, pena una multa salatissima, fino a 100mila euro. Una misura spacciata per incentivo a ridurre il consumo di sacchetti che, pur biodegradabili, sono per più di metà ancora composti di plastica. Eppure il fine nobile della sanzione durissima è completamente vanificato da un'altra norma: è vietato riciclare i sacchetti. Né, per motivi igienici e di taratura delle bilance, è possibile portarsi da casa borse o contenitori di tipo diverso che finiscano a contatto diretto con gli alimenti e con le bilance. Dunque, se non posso portarmeli da casa e non ho altre alternative che usare quelli forniti dal supermercato, il disincentivo del pagamento, obbligatorio per legge, non può scoraggiare il consumo. I dirigenti di alcune catene di supermercati, sentiti dal Giornale, confermano i dubbi sul meccanismo cervellotico e sugli effetti perversi.E allora, chi ci guadagna? La norma sgrava la grande distribuzione, che in Italia conta un player storicamente legato alla sinistra, la Coop, dal costo degli shopper, riversandolo sul cliente. Ma non è poi un grande vantaggio, perché i negozi dovranno fronteggiare la rabbia dei clienti. C'è anche perplessità sulla scelta di non regolamentare il prezzo dei bio-sacchetti che, essendo un bene ormai obbligatorio per legge, è esposto a possibili speculazioni sul prezzo.Gli unici ad applaudire pubblicamente la norma sono i vertici di Assobioplastiche, il cui presidente, Marco Versari, è stato portavoce del maggiore player del settore, la Novamont, già nota per aver inventato i sacchetti di MaterBi, il materiale biodegradabile a base di mais. E infatti l'azienda di Novara sul suo sito, senza ironia, pubblica un sondaggio secondo cui i consumatori italiani sarebbero in maggioranza contenti di pagare.Intorno a Novamont si concentrano altre coincidenze. L'amministratore delegato è Catia Bastioli, una capace manager che ha incrociato più volte la strada del Pd e di Renzi. Nel 2011 partecipa come oratore alla seconda edizione della Leopolda, quella in cui esplode il fenomeno Renzi. Molti degli ospiti di quell'evento oggi occupano poltrone di nomina politica. E Catia Bastioli non fa eccezione: nel 2014, pur mantenendo l'incarico alla Novamont, viene nominata presidente di Terna, colosso che gestisce le reti dell'energia elettrica del Paese. Con i buoni uffici del Giglio magico, si dice all'epoca. A giugno 2017 Mattarella la nomina cavaliere del lavoro.L'azienda che guida è l'unica italiana che produce il materiale per produrre i sacchetti bio e detiene l'80% di un mercato che, dopo la legge, fa gola: inizialmente i sacchetti saranno venduti in media a due centesimi l'uno. Le stime dicono che ne consumiamo ogni anno 20 miliardi. Potenzialmente dunque, è un business da 400 milioni di euro l'anno. Il 15 novembre scorso Renzi ha fatto tappa con il treno del Pd proprio alla Novamont. Ha incontrato i dirigenti a porte chiuse e all'uscita ha detto ai giornalisti: «Dovremo fare ulteriori sforzi per valorizzare questa eccellenza italiana». Promessa mantenuta.

Padoan fa i salti di gioia ma sarà un 2018 fiacco

«L'Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra, il debito è stabilizzato, il deficit dimezzato e l'export in aumento. Gli italiani devono essere orgogliosi dei propri sforzi e guardare con fiducia al futuro», ha twittato il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, al termine della conferenza stampa di fine anno del premier Paolo Gentiloni. Al di là delle problematiche sulle quali il governo pare essere particolarmente incline all'ottimismo, da domani bisognerà fare i conti con un capitolo totalmente nuovo che, a detta di esperti ed analisti, presenta notevoli incertezze, non tutte di carattere esclusivamente politico.Il 2018, infatti, secondo la totalità parte degli scenari previsionali sarà caratterizzato da un rallentamento della crescita economica rispetto al +1,5% previsto per quest'anno, in un'area molto vicina o leggermente superiore all'1,2% indicato dalla Nota di aggiornamento del Def. Secondo lo scenario macroeconomico dio Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo), tale fenomeno dovrebbe causato da una flessione del ritmo di sviluppo dei consumi (dal +1,5% al +1,3%) non adeguatamente compensato dagli investimenti il cui incremento dovrebbe rimanere stabile al +3% annuo. Chiaramente, evidenzia Banca Imi, questa dinamica si riflette anche su un andamento più soft del recupero di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione l'anno prossimo dovrebbe calare al 10,8% rispetto all'11,2-11,3% atteso per il 2017.Insomma, se gli aumenti a pioggia in arrivo per gli statali potrebbero sortire un minimo effetto benefico sulla domanda, molte incognite restano sugli altri effetti della legge di Bilancio 2018, particolarmente generosa con la pa. Intesa Sanpaolo si limita a descriverne ricadute sostanzialmente nulle. In pratica, la mobilitazione di 27,8 miliardi di risorse da parte del ministro Padoan e del capo del governo Gentiloni sposta poco o nulla rispetto all'andamento dell'economia italiana.È chiaro che una tale sottolineatura non può essere rassicurante dal momento che incombono all'orizzonte elezioni politiche il cui esito è incerto e risalita dei tassi di interesse su un debito pubblico che resterà mostruoso. Non resta che interrogarsi sul vero punto debole italiano, oltre ai conti pubblici. Secondo le previsioni del Centro Studi di Confimprenditori, infatti, il settore manifatturiero italiano continuerà a perdere terreno sul fronte della produttività rispetto ai principali paesi europei. La produttività del lavoro nel 2019, dovrebbe rimanere di un decimo di punto percentuale inferiore ai valori del 2016. L'Ufficio studi dell'associazione imprenditoriale stima inoltre che, rispetto al picco pre-crisi resteranno da recuperare circa 130mila posti di lavoro, anche a causa di una sostanziale stabilità attesa per il fatturato delle imprese manifatturiere. Per quanto riguarda il numero di fallimenti per il periodo 2016-2019, prosegue Confimprenditori, è possibile prevedere una cifra superiore alle 7mila aziende manifatturiere, una media di circa 2.300 aziende all'anno. Una cifra, purtroppo, ancora in linea con il periodo della crisi più profonda. Fisiologico con una pressione fiscale media del 48% sulle aziende.

Dovizioso: La mia normalità rivoluzionaria e il vero rimpianto: Simoncelli

dal nostro inviato a BolognaPiù o meno un anno fa gli dissero: arriva il supercampione, arriva Jorge Lorenzo, se vuoi restare, questa è l' offerta, prendere o lasciare. Nel senso: lui ci indicherà la via, tu la seguirai.Più o meno un anno dopo lui, lo spagnolo della provvidenza, ha vinto zero gare mentre chi era stato costretto a ridursi lo stipendio e a masticare amaro pur di restare ne ha conquistate sei, è vice campione del mondo e ha indicato la via. Non è una favola.Ci assomiglia. È la più bella storia sportiva dell' anno. Quella del pilota della porta accanto «e questa definizione mi piace» dice Andrea, quella del pilota invisibile «e questa mi piace meno», quella del pilota sbocciato a 31 anni «e questa proprio mi fa…», s' infervora e subito tace. Andrea Dovizioso è così. Diretto. Schietto. Ha appena terminato di festeggiare il Natale con gli operai e i dipendenti della Ducati, quegli stessi che avrebbe dovuto salutare un anno fa perché prendere o lasciare… E oggi sembrava uno di loro. Perché Andrea è una meravigliosa contraddizione: un antipersonaggio diventato personaggio «e sbocciato a 31 anni» sussurra ancora infastidito.«Chi parla così non mi conosce. È uno dei motivi per cui non ho letto giornali o ascoltato commenti in tv per anni. Non avevo la possibilità di difendermi, ero in una posizione disastrosa, la sostanza non emergeva, erano interessati a gente che otteneva risultati inferiori ai miei ma più personaggio».Poi, all' improvviso, il 2017.«Le vittorie aiutano sempre. Si diventa interessanti. Però i riflettori si spengono velocemente. Il mio vero exploit non è aver vinto sulla Ducati che, per inciso, è cosa diversa rispetto a qualsiasi altra moto; non è averlo fatto per sei volte quest' anno; e non è aver lottato per il titolo fino all' ultima gara. L' exploit è esserci riuscito emozionando alla mia maniera: cioè rimanendo me stesso, senza compromessi, tranquillo, riservato, mai showman».Appunto, invisibile.«Eh, no. Questa mia normalità, in mezzo a un mondo di eccessi, ha invece stupito, rivelandosi originale. Oggi è tutta questione di immagine. Si deve apparire indipendentemente da ciò che realmente si è o si fa. I social sono importanti ma gestiti malissimo».Sei sui social?«Devo. Giusto il minimo».Un 13enne prima di questo incontro: vai a parlare col Dovi? Forte il Dovi. E un 80enne: va da Dovizioso? Sembra in gamba quel ragazzo, una gran brava persona.«Credo sia piaciuto questo mio non voler essere al centro dell' attenzione, questa mia voglia di normalità ha unito persone diverse e generazioni diverse. Probabilmente la gente si riconosce più facilmente in una persona che nonostante faccia cose non normali, nonostante guadagni cifre ben diverse dalle persone comuni, vive e ragiona e si comporta esattamente come loro. Senza eccessi. E questo mi dà una soddisfazione che non ha prezzo».Normalità rivoluzionaria.«Diciamo che non mi sono mai adattato al sistema».Oltre a non apparire, ti critichi apertamente: ho sbagliato questo, avrei potuto fare…«Perché odio chi dice balle. Ed è pieno. Per cui dico tutto, non mi interessano le conseguenze».L'applauso del paddock di Valencia a mondiale finito.«C'è applauso e applauso: quello era sincero. Team avversari, piloti avversari, persone che fino a quest' anno mi avevano sempre ignorato hanno preso a sostenermi. Ecco. Se riesci a creare tutto questo è perché trasmetti qualcosa e piaci. E se piaccio io, vuol dire che piace la normalità. Altrimenti neppure mi vedi».Non sei complesso per un mondo un po' pane e salame come il motociclismo?«Togli un po'».Serve gente sensibile per capirti a fondo.«Infatti faccio molta fatica».In che senso?«Per esempio, il mio rapporto con Ducati: è stato molto complicato perché non scendo a compromessi più di tanto».L'anno scorso sì, con l' arrivo dell' ingombrante Lorenzo.«Perché avevo un obiettivo e un lavoro di anni da proseguire. I risultati hanno dimostrato che il compromesso era giusto. Ma a livello umano non ne accetto».Il compromesso Ducati era…«Economico. Ma anche di rapporti interni. Perché non mi è piaciuto per niente come mi era stata esposta l' intera questione».Il contratto scade a fine 2018.«Sì, e stiamo già trattando. Sarà molto complicato accordarsi. Quel che si decide ora condizionerà subito il 2018… Vediamo».A Valencia, nonostante Lorenzo avesse ignorato i cartelli esposti dal team che lo invitavano a farti passare mentre lottavi per il titolo con Marquez, hai bloccato sul nascere le polemiche. Come a dire, ehi, non è successo niente…«Più o meno».Qualcosa era accaduto?«Sì. Ma alla fine cosa sarebbe cambiato se avessi spinto sull' argomento per far venire fuori Jorge ancora peggio? L' importante è che in Ducati si sappia come sOno andate le cose e che questa situazione paghi al momento giusto».Pilota della porta accanto anche perché vivi a Forlì e in un' ora sei in Ducati. Quasi fossi un operaio, un dipendente che va in fabbrica…«Non mi definirei così. Per rispetto verso chi si fa davvero un mazzo lavorando ogni giorno. Però è vera una cosa: nel motomondiale, piloti e team si vedono alle gare e ai test, poi, magari per mesi, niente. Io no. Io ho proprio voluto entrare nei meccanismi Ducati e loro me l'hanno permesso. Forse per questo ora è complicato il rinnovo. Perché desidero che certi rapporti umani migliorino, perché non mi basta parlare di soldi e voglio che ciò che non mi va bene cambi (chiede da tempo una moto più guidabile a centro curva, altrimenti su certe piste, non ci sarà mai partita, ndr)».Pilota della porta accanto e pilota-padre.«Sara ha otto anni. Vive con me. Sono un papà presente. Gare e impegni permettendo. Appena posso resto a casa. A volte litigo con la Ducati per partecipare a meno eventi possibili. Solo così riesco a stare di più a Forlì e a seguirla. Vivere tanto la casa aiuta come genitore e ad ottenere il massimo dalla moto. Per un atleta troppe distrazioni non vanno bene».La vai a prendere a scuola?«Ovvio. E parlo con le maestre. Sarebbe strano il contrario, no?».E nell'attesa della campanella firmi autografi ai genitori.«Ecco, sì. E in questo faccio fatica. Hanno il personaggio davanti e vanno come in trance e invece vorrei solo dirgli guardate che io sono come voi, normale, niente di più».E per tua figlia cosa sei?«Un papà che lavora con la moto. Semmai il problema è con i suoi amichetti…».E cosa sei diventato per i piloti top del mondiale?«Fino a quest' anno ero considerato uno molto forte ma che a fine stagione comunque lo batto.Poi hanno cambiato approccio.Ora sanno che sono uno di loro».Da che cosa l' hai percepito?Sorride. «Non si distraggono più quando tocca a me parlare nelle conferenze stampa».E tu come li valuti? Per esempio, Rossi.«Vale è tante cose. Lo si può amare o odiare ma ha attirato e appassionato milioni di fan. Lui è l' anomalo che ogni tanto viene fuori nello sport. È il Tomba dello sci, è il Bolt dell' atletica. Ha cambiato e condizionato il nostro mondo e quando hai la forza di condizionare, significa che di quel mondo sei il re».Marquez?«Marc è uno che ha spostato i limiti dell' andare in moto».Cosa significa?«Prima di lui, chi aveva appena rischiato di cadere non riusciva più a rendere al massimo, era come se gara o prestazione venissero compromesse. Marc ha dimostrato che si può sbagliare senza poi condizionare il rendimento».Perdona la domanda brutale: quando morì Marco Simoncelli si raccontò della vostra rivalità fortissima. Il giorno del funerale però tu eri là. In mezzo ai suoi tifosi che ti guardavano storto.«Io e Marco eravamo rivali da quando avevamo 7 anni. Una rivalità scomoda. Eravamo cane e gatto, lui quello aggressivo che sportellava, io quello buono e tranquillo. Due modi di vivere diversi, lui giocherellone e scanzonato, io serio e preciso. Non abbiamo mai legato. Però c' è stato sempre rispetto sportivo perché sapevamo entrambi quanto eravamo forti.Quando Marco morì mi accadde qualcosa di strano. Tieni presente che non riuscivamo ad essere amici, che neppure ci parlavamo… e invece scoppiai a piangere. Io che non piangevo mai mi ritrovai in lacrime. Per questo, prima del funerale, decisi di andare a casa sua, da sua mamma, da suo papà Paolo. Già, il papà. Con cui fin lì avevo avuto un rapporto addirittura peggiore che con Marco. Ricordo quel giorno, eravamo uno di fronte all' altro e ci guardavamo e capivamo. Per la prima volta comprendevamo che per anni ci eravamo visti in modo distorto per via della competizione e della rivalità. Per la prima volta eravamo due persone reali. E da lì è nato un bel rapporto. È incredibile come la vita ti spinga a incaponirti su convinzioni sbagliate… E io, ora, ripensando a tutto ciò che era successo prima, vedo Marco completamente diverso da come l' avevo vissuto. Solo che è troppo tardi»Una promessa per il 2018?«Vorrei poter dire che spaccheremo il mondo e vinceremo, ma non posso. Certo, possiamo far bene, ma ci sono aspetti tecnici che vanno migliorati adesso, perché poi sarà troppo tardi. Per questo sono preoccupato».Un tuo amico mi ha detto: visto che lui non appare mai, vive riservato, chiedigli della fidanzata… è la ragazza più bella del motomondiale. Ride. «Alessandra è come me. Viviamo in disparte. Perché il nostro amore non è social. Siamo insieme da quattro anni e abbiamo progetti importanti. È anche merito suo se ora ottengo certi risultati. Non basta la moto, non basta l' allenamento, serve soprattutto che a casa sia tutto a posto». Sorride. «A pensarci, forse, dovrei essere un po' più social… L' altro giorno mi ha detto: Ma diamine, la gente non sa neppure che siamo insieme».

Berlusconi: ecco cosa farò

Arcore, vigilia di Capodanno. Una tavolata già imbandita e ricca di giochi per gli undici nipoti e di sorprese per i figli. C'è attesa per l'ultima festa del 2017, ma non solo. Presidente, settima campagna elettorale. Indistruttibile…«Posso dire che a distruggermi ci hanno provato in molti, molte volte, ma, come vede, sono ancora qui più motivato e determinato che mai».Solo poco più di un anno fa lei subiva una delicata operazione al cuore e chi le vuole veramente bene, in primis la sua famiglia, giurava che le avrebbe impedito una nuova pazzia. Ha vinto ancora lei, tanto per cambiare…«Per la verità è dal 1994 che chi mi vuole bene mi scongiura di non occuparmi di politica. Tuttavia è una costante della mia vita, quella di tentare imprese che tutti, anche le persone più vicine a me, giudicavano impossibili. E invece ho sempre avuto ragione io. È avvenuto quando ho costruito le nuove città modello, quando ho creato la Tv commerciale in Italia, quando ho fatto del Milan il club più forte del mondo, quando ho creato dal nulla un Movimento Politico che in due mesi ha vinto le elezioni, quando ho quasi costretto Bush e Putin a firmare a Pratica di Mare il trattato che ha suggellato la fine della Guerra fredda… Vuole che mi fermi per una semplice operazione a cuore aperto?».Com'è la sua giornata tipo, dicono faccia molta attività fisica…«Mio padre mi ha insegnato a non andare a dormire se ci sono ancora cose da sbrigare sulla scrivania e quindi finisco per dormire molto poco. Ma mi basta, e questa è una bella fortuna. Mi sveglio molto presto, leggo i giornali e poi mi dedico a me stesso. Faccio ginnastica, cammino e corro almeno per quattro, cinque chilometri e finisco con una bella nuotata di mezz'ora. E così mi sento in forma. Per tutto il resto della giornata, fino a notte tarda, lavoro in modo continuativo con decine di telefonate e moltissimi appuntamenti».È anche la prima campagna elettorale senza il suo Milan. Quanto le manca (sa, molti tifosi sperano in uno dei suoi colpi di scena…)?«È un vuoto difficile da colmare, ma non voglio illudere nessuno. La decisione è definitiva. Non vado più allo stadio, soffrirei troppo, ma il mio cuore è sempre là, in mezzo ai nostri meravigliosi tifosi».Immagino che la vedremo tanto in tv, ma mi sembra che la novità sia anche la radio. Un amore tardivo?«Mi trovo molto bene con la radio. Dà il tempo di spiegare bene le cose, e io voglio convincere gli italiani con il ragionamento, non con degli slogan o con delle battute».Si vota il 4 marzo. Avrebbe preferito avere più tempo per convincere un maggior numero di italiani?«No, dopo quattro governi non eletti era davvero ora che gli italiani potessero finalmente andare a votare. Spero soltanto che si voti nella stessa data anche per le elezioni regionali, come ha già proposto la Lombardia. Sarebbe davvero uno spreco di risorse e un disturbo inutile per i cittadini, chiamarli a votare due volte o addirittura tre volte in molti Comuni».Una quota di astenuti sopra il 50 per cento sarebbe una sciagura democratica. Sono le sue parole. Come pensa di convincere i disillusi, i rassegnati, quelli che non credono più nella politica e non si fidano delle promesse del potere?«Ogni cittadino che non va a votare è un fallimento della democrazia. I motivi di insoddisfazione verso la politica sono tanti e più che legittimi, ma il non voto, come pure il voto di pura protesta, non li risolve, anzi li aggrava. Ma con il pessimismo e con la rassegnazione non si costruisce nulla di buono, né nella vita dei singoli, né in quella di una collettività. E io sono in campo proprio per convincere gli italiani e per restituire a tutti un po' di speranza».La politica ha bisogno di volti nuovi. Ci sono? Come si seleziona una classe dirigente di qualità? Non c'è il rischio di fare come Grillo, che ha portato in Parlamento una masnada di sprovveduti?«La penso esattamente al contrario. Grillo ha portato in Parlamento persone che prima di fare politica non avevano mai fatto nulla. Ora sono diventati dei veri professionisti della politica perché vivono esclusivamente dell'emolumento parlamentare. Questo vale proprio in particolare per il loro candidato premier. Noi invece stiamo selezionando persone che non hanno mai fatto politica, ma che nel lavoro, nelle professioni, nell'impresa, nella cultura, nel volontariato, siano vere e proprie eccellenze che abbiano dimostrato con i fatti non soltanto, ovviamente, assoluta onestà e capacità, ma anche di saper portare a casa dei risultati concreti e significativi».È sacrosanto parlare di reddito di dignità. Solo che la accuseranno di fare assistenzialismo o di promettere ciò che non può mantenere…«Milton Friedman può essere accusato di assistenzialismo? È il campione dell'economia liberista, oltre che un premio Nobel. La nostra proposta è ispirata a lui. Quanto alle promesse, noi non siamo come gli altri politici, siamo abituati a mantenerle. Ricorda il famoso contratto con gli italiani? L'università di Siena, non certo vicina al centrodestra, certificò che era stato rispettato quasi alla lettera. Ricordo l'aumento delle pensioni minime a un milione di lire per 1,835 milioni di pensionati, l'abolizione delle tasse sulla prima casa, sulle donazioni e sulle successioni, il milione di posti di lavoro. Tutte promesse rispettate alla lettera, anzi, di posti di lavoro ne abbiamo creato un milione e mezzo. Noi abbiamo un passato di cui essere fieri, a differenza di questi nostri avversari a 5Stelle che un passato non ce l'hanno neppure».Presto incontrerà Salvini e Meloni per definire il patto politico e elettorale e in ogni trattativa c'è un confine che non si può superare. Qual è il suo? Cosa non può essere messo in discussione?«Un'alleanza coerente, aperta, inclusiva, orientata a vincere».In radio ha detto: «Il mio programma è rock». In che senso, essendo lei un noto musicista melodico?«È vero, ma la musica melodica è intimistica, va bene per il privato, per i momenti rilassati, tranquilli, romantici: l'Italia non ha bisogno di rilassarsi, ha bisogno di una frustata di energia collettiva…».Presidente, la gente di centrodestra ha ritrovato entusiasmo, ma una domanda se la fa: se vinciamo le elezioni, che succede il 5 marzo?«Succede che il primo partito della coalizione che saremo noi si insedierà al governo e realizzeremo le parti più urgenti del nostro programma: lotta alla povertà, controllo dell'immigrazione, abbattimento delle tasse. Come programma per i primi cento giorni non è male, mi pare».È il giorno di passaggio tra un anno e l'altro: un ricordo, un rimpianto, un augurio.«Abbiamo parlato di rock, ma lei sa che io amo la musica francese. E allora le risponderò con Edith Piaf: Je ne regrette rien, non ho rimpianti. Ho invece il ricordo di un anno, il 2017, nel quale ho sentito crescere il consenso e l'affetto ma anche le aspettative degli italiani – intorno a me, a Forza Italia e al centrodestra. L'augurio, per il 2018, è quello di un'Italia liberata finalmente dall'oppressione fiscale, dall'oppressione burocratica, dall'oppressione giudiziaria. E, per ogni italiano, di poter realizzare i sogni più belli che porta nel cuore, per sé e per le persone che gli sono care».

Coalizione di centrosinistra: in Lombardia prove di intesa Pd-LeU

Se Partito Democratico, a livello nazionale, guarda al centro, a livello locale e regionale, il partito può giocare la carta della coalizione di centrosinistra.LazioIn Lazio, Nicola Zingaretti sembra poter rendere possibile quel patto di centro sinistra che il renziano, Piero Fassino, non è riuscito a conseguire. "Nicola Zingaretti fa appello alle varie sinistre perchè nella Regione Lazio rimangano unite e consentano di proseguire l'esperienza amministrativa di questi anni", ha dichiarato Simone Oggionni, già membro del coordinamento nazionale di Sel, poi in SinistraItaliana. "Penso che il suo appello vada raccolto. Perchè – pur con limiti che non vanno sottaciuti – il lavoro di questi anni è stato positivo e deve continuare. La vittoria della destra sarebbe una sciagura".Nella Regione l'alleanza tra Pd e Sel ha una storia lunga. "Il Lazio ha bisogno di una nuova svolta che non può che vedere protagonista la sinistra", ha spiegato Zingaretti nel suo appello. "Una sinistra aperta, plurale, per ridare centralità a obiettivi strategici come la riduzione delle diseguaglianze la lotta per la democrazia, l'inclusione e la partecipazione". L'ipotesi di correre alle regionali assieme al Pd non piace però a una larga parte di Sinistra Italiana.LombardiaL'avvicinamento si cerca anche la Lombardia. Giorgio Gori, candidato del Pd, ha invitato i Liberi e Uguali a sostenerlo contro la Lega. Nei prossimi giorni, rivelano fonti parlamentari di Leu, su questi temi è previsto un incontro con Pietro Grasso.

L’ipocrisia insostenibile sull’energia sostenibile

Siamo arrivati alla tassa sul sacchetto di plastica. Più che al ridicolo, di cui i nostri governanti si rendono poco conto, siamo scesi nell'inferno della schiavitù economica. Un tempo, ahinoi molto lontano, le imposte venivano intese come un corrispettivo per alcuni servizi che lo Stato forniva. La tutela dei più deboli era uno di questi. Era l'imposta di Luigi Einaudi, ma anche del nostro Francesco Forte. Poi è arrivata la tassazione punitiva: togliere ad alcuni per dare ad altri. Il mito della giustizia sociale e della redistribuzione. Un'imposta del tutto velleitaria e fallimentare: le tasse sono altissime, così come il numero dei poveri. Si è arricchito solo l'intermediario, cioè lo Stato.Non funzionando più l'inganno della redistribuzione, si persegue oggi il fine «etico» dell'imposta. Il consumo viene tassato non per fare cassa (che è il vero motivo), ma per il nostro bene, per il futuro green del pianeta. La grande, mostruosa, prova si è avuta con gli incentivi alle energie rinnovabili: sedici miliardi di euro che passano ogni anno dalle tasche delle famiglie italiane a pochi soggetti incentivati. In termini spiccioli su 500 euro di bolletta elettrica annua per una famiglia tipo italiana, la bellezza di 139 euro sono rappresentati da oneri per la cosiddetta sostenibilità. Cerchiamo di essere più chiari: senza pannelli e pale eoliche, oggi gli italiani sopporterebbero una spesa annuale per l'elettricità di 360 euro invece che 500. Si tratta di una tassa occulta che porgiamo, senza accorgercene, sull'altare di un mondo green. Il prossimo passo, non così lontano, sarà di bastonare fiscalmente (…)(…) gli alimenti che il Soviet statale stabilirà dannosi per la nostra salute. L'ipocrisia non vale solo per l'ambiente e la salute. Abbiamo introdotto, praticamente unici in Europa, la Tobin tax. Con l'idea che le speculazioni finanziarie, Soros, Paperon de' Paperoni e Gordon Gekko, siano dei cattivoni. Il risultato è che le Finanze di Roma hanno incassato un quinto del previsto, ma in compenso abbiamo ucciso i nostri intermediari finanziari e Londra e Francoforte hanno disintermediato l'Italia, facendo affari dove la tassazione sulle speculazioni non ci sono. La morale è che i nostri ricavi (stipendi, redditi da lavoro autonomo) restano stabili mentre le nostre spese legate alla partecipazione alla comunità statale crescono, con il risultato di renderci tutti più poveri e meno liberi. Ieri era per liberare i più poveri dal disagio, oggi per consegnare un pianeta più pulito ai nostri figli. Balle.

L’anno del ministro Fedeli, tra gaffe, gialli e strafalcioni

Il ministro Fedeli è stato tra i più discussi inquilini del dicastero dell'Istruzione della storia d'Italia. Certamente non "il più migliore". Questa, in sintesi, è la posizione che alcuni stanno assumendo in queste ore, in funzione del termine della legislatura. Tempo di bilanci, insomma, e di giudizi. Il vicedirettore del TG1 – Gennaro Sangiuliano – ha scritto in riferimento alla Fedeli che: "La cultura per l' Italia deve rappresentare un patrimonio nazionale, non solo quella materiale data dalle antichità, ma anche quella immateriale che si sostanzia nella letteratura, nella filosofia, nella musica, nell'eredità di grandi autori. Il decoro delle istituzioni è anche nel rispetto della loro storia e peculiarità". La "ministra" – insomma – avrebbe dovuto fare altro.In principio fu la laurea, poi diventata diploma. Valeria Fedeli ha esordito nel suo mandato dovendo venire a capo di un vero e proprio "giallo". Com'è ormai noto, nella pagina web della "Ministra", era riportato il conseguimento del diploma di laurea in Scienze Sociali. Peccato che – come all'epoca rilevò Dagospia – tale titolo non esistesse prima del 1998 (in via sperimentale a Trieste e Roma) e del 2000, "quando la nostra era già segretaria nazionale del sindacato dei tessili", come si legge qui. Il titolo realmente conseguito dal ministro è il diploma alla Scuola per Assistenti sociali Unsas di Milano. "Posso fare la ministra – ministra, ci tengo – anche senza laurea dopo una vita così intensa nel sindacato, sono stata apprezzata, promossa, chiamata a Roma, poi a Bruxelles a guidare il sindacato europeo dei tessili", tuonò la stessa, che alla fine della fiera pare sia risultata anche priva del diploma di maturità. La Fedeli, che aveva promesso le dimissioni in caso di sconfitta al referendum costituzionale, è stata nominata "ministra" dal premier Gentiloni. Con buona pace di quel "Se vince il No andiamo tutti a casa".Per la storia del titolo mancante, Azione Universitaria organizzò un evento per festeggiare la laurea dell'ex esponente della Cgil: "Come promesso ci siamo ritrovati alle 22:00 presso l’Autogrill Cantagallo ovest – dichiarò il movimento in quell'occasione – dove abbiamo 'festeggiato' il Ministro anzi la 'Ministra' dell’Istruzione". E ancora:"Con alcuni amici e avventori, alcuni striscioni e un cartonato che ritraeva il ministro con in mano una tesi di laurea, abbiamo chiesto a gran voce le sue dimissioni", chiosarono gli universitari goliardicamente.Poi venne il tempo degli strafalcioni e delle gaffe: per il Premio Cherasco Storia, la Fedeli scrisse: "È qui che nel 1631 venne firmata la Pace che concluse la guerra del Monferrato, durante la peste che fa da sfondo ai Promessi Sposi. È qui che più tardi, nel 1796, Napoleone impose a Vittorio Emanuele III l'armistizio con cui decretò la capitolazione Sabauda". L'armistizio fu firmato da Vittorio Amedeo III, mentre "Sciaboletta" divenne re quasi un secolo dopo. Ma il 2017 è stato davvero un anno particolare per il ministero dell'Istruzione: quello di "traccie" al posto di tracce e di "battere" al posto di batterio. La responsabilità dell'utilizzo errato del congiuntivo nella lettera inviata al Corriere della Sera – ancora – sarebbe di Simone Collini, portavoce della Fedeli, che nel "tagliare il testo" avrebbe fatto un po' di confusione. "Sempre più migliori" – invece – lo ha detto proprio la "Ministra". Un errore da matita blu, nonostante le arrampicate difensive di alcuni linguisti e professori universitari, gli stessi a cui verrebbe da chiedere quale reazione avrebbero avuto nel caso a sbagliare fossero stati i loro studenti."Femminista, riformista, di sinistra", la Fedeli è stata chiamata per sanare la contrapposizione tra i docenti e il governo di centrosinistra. Una nomina ideologica, che aveva l'obiettivo di mettere a tacere gli insegnanti sulla "Buona Scuola". A ben pensare – però – i problemi dell'istruzione italiana sono tutt'altri e ben più rilevanti delle mancanze di Valeria Fedeli: dagli studi dell’ex Ministro De Mauro, è emerso che solo un terzo degli italiani arriverebbe a livelli sufficienti di comprensione della scrittura e di calcolo. Una vera e propria piaga – poi – sarebbe rappresentata dalla regressione in età adulta all'analfabetismo funzionale. Problemi che interessano chi a scuola non va più, si potrebbe eccepire. Per quelli che ancora vanno a scuola – però – parlano i dati e le statistiche sulla crisi della lettura, sull’analfabetismo matematico e sul livello qualitativo dell’istruzione. L'Italia – come si può verificare qui – "è in fondo alla classifica europea per livello di istruzione – in particolare siamo ultimi per numero di laureati e tra i primi quattro per numero di persone con un basso livello di educazione – e in cima a quella per dispersione (o abbandono) scolastica, con la quinta posizione su 28 Paesi". Una situazione scolastica – insomma – che collimerebbe bene con il livello dell'operato della Fedeli. Una sindacalista che si è seduta sullo scranno che fu di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, incentrando il suo mandato sulla teoria gender e sull'alternanza scuola-lavoro. Buon anno "ministra", che sia "più migliore" tanto per lei quanto per la scuola italiana.