Ora parte il piano del Viminale Trasferiti i migranti da Mineo

Il Cara di Mineo ha i giorni contati. Il Viminale ha di fatto dato il via libera al piano trasferimenti degli immigrati che si trovano nella struttura di accoglienza siciliana. Ad annunciarlo è stato lo stesso Viminale che ha un obiettivo chiaro: la chiusura del centro in pochi mesi. “Al via il piano di redistribuzione degli immigrati presenti nel Cara di Mineo. L”obiettivo è la chiusura della struttura entro l”anno”, fa sapere il Ministero degli Interni. All’interno della struttura si trovano in questo momento 1.186 richiedenti asilo. Di questi almeno 15 sono titolari di prtezione internazionale, altri 94 con permesso umanitario e 8 richiedenti asilo su cui è stata attivata la procedura di Dublino. Il Viminale poi spiega in che modo verranno redistribuiti gli immigrati: “Il piano prevede l”inserimento nel Siproimi (l”ex Sprar) dei 15 titolari di protezione internazionale e il trasferimento degli altri in tutte le province siciliane, fermo restando, al momento, la permanenza nella struttura dei nuclei familiari con minori, delle persone vulnerabili (che in gran parte coincidono con i titolari di protezione umanitaria). Il piano di redistribuzione sarà predisposto mensilmente. Per il mese di febbraio saranno trasferiti 50 migranti, per un totale di 150, nelle date del 7, 17, 27”.E sul piano di trasferimento che riguarda il Cara di Mineo è intervenuto anche il ministro degli Interni, Matteo Salvini: “Dalle parole ai fatti – sottolinea il ministro dell”Interno Matteo Salvini – Avevamo promesso la chiusura dei grossi centri e lo stiamo facendo. Bagnoli e Cona in Veneto, Castelnuovo di Porto a Roma, a breve Mineo: sono orgoglioso del nostro lavoro per offrire servizi migliori ai veri profughi e per stroncare l”illegalità”. Il Viminale dunque va avanti e quello di Mineo non sarà l’ultimo Cara ad essere chiuso. Nella mappa qui sotto tutti i centri che il ministero ha deciso di chiudere.

“Per uscire da recessione fare il contrario del governo”

“Per uscire dalla recessione bisogna fare “il contrario di quanto ha realizzato questo governo di incapaci”. Lo ha detto all’Adnkronos Silvio Berlusconi durante la sua visita in Abruzzo. Secondo il Cavaliere, la presenza dell’ideologia dei 5 Stelle rende la situazione “più grave di quando sono sceso in campo 25 anni fa”. Per questo servono “meno tasse su famiglie, imprese e lavoro”, ma per fare ciò, “questo governo deve cadere”. “Spero che gli italiani aprano gli occhi”, ha aggiunto il leader di Forza Italia incontrando i giornalisti a Francavilla al Mare,”L’unica mia colpa è stata in questi anni di non aver convinto il 51% degli italiani a votarci”. Anche sulla giustizia i 5 Stelle non convincono Berlusconi: “I grillini al governo hanno messo in atto provvedimenti che intaccano i nostri diritti di liberi cittadini. Hanno trasformato la presunzione di innocenza in presunzione di colpevolezza”, “Sono animati da avversione verso chi vince che si trasforma in vero e proprio odio sociale”.Sul caso Diciotti, comunque, il Cavaliere assicura sostegno all’alleato di centrodestra: “Siamo sempre stati garantisti e siamo contro il processo a Salvini”, ha spiegato, “Ma non va data troppa importanza alla Diciotti o ai poveri 47 sulla Sea Watch… Certo bisogna avere sempre umanità… ma il problema sono i 600mila irregolari che ci sono in Italia. Finora solo 3mila sono stati rimpatriati”.

Pensione con Quota 100? Ora c’è anche quota 94: come usarla

La pensione con Quota 100? Ora spunta anche quota 94. Infatti col nuovo sistema previdenziale c’è la possibilità di poter andare in pensione anche a 59 anni con almeno 35 anni di contributi maturati al 31 dicembre 2018. Il tutto con un assegno di sostegno al reddito erogato dal datore di lavoro fino al raggiungimento dei requisiti per l’anticipo pensionistico di quota 100 con 62 anni di età e 38 anni di contibuti. In questo modo si può lasciare il lavoro almeno 8 anni rispetto al limite più alto che di fatto tocca i 67 anni di età.Come riporta Italia Oggi le condizioni perché si possa lasciare il lavoro a 59 anni devono essere due: deve esserci un accordo che fissi in modo esatto il numero dei lavoratori che possono accedere al piano di pre-pensionamento e il relativo pagamento degli oneri. Il costo di questa operazione ovviamente è a carico del datore di lavoro. In questo quadro va sottolineato che questo tipo di “scivolo” è possibile portarlo avanti con un accordo aziendale e territoriale che sancisce una sorta di ricambio generazionale con un numero di unità da assumere ripsetto a al numero di unità che accedono al pre-pensionamento. Infine, come abbiamo ricordato, la stessa azienda dovrà assumersi l’onere dei costi degli assegni di pre-pensionamento fino al raggiungimento dei requisiti minimi per Quota 100, i 62 anni anagrafici e i 38 di contributi.

Ferrara, orari assurdi per mamma di una bimba disabile: azienda condannata

Una sentenza che farà sicuramente giurisprudenza quella che ha emesso pochi giorni fa il tribunale di Ferrara che ha dato ragione ad una lavoratrice di un’azienda operante nel settore della grande distribuzione, la bennet spa. La donna aveva intentato una causa nei confronti di bennet dopo che nel 2017, al rientro dalla sua seconda maternità, non era più in grado di assistere la figlia più piccola, portatrice di handicap e gravemente malata, in quanto i suoi datori di lavoro le avevano imposto dei turni volutamente disagevoli e punitivi, contornati da orari assurdi e senza che ve ne fosse la reale necessità.La donna non si è data per vinta neanche quando la società, facendo orecchie da mercante, aveva ignorato le lettere di diffida dei suoi legali, continuando imperterrita a mantenere i turni disagevoli (riconosciuti peraltro come tali anche dai colleghi della signora). Nel febbraio dello scorso anno il ricorso al tribunale di Ferrara, che ha portato una settimana fa alla sentenza favorevole alla parte ricorrente: il giudice del lavoro ha infatti accolto pienamente le sue richieste, condannando parte resistente al risarcimento danni per il trattamento discriminatorio e all’obbligo di far fare alla signora (che nel frattempo aveva continuato a lavorare regolarmente), orari che tengano finalmente conto delle sue esigenze.Maria Lisa Cavallini, segretario della Filcams Cgil, ha commentato così la decisone del tribunale di Ferrara: “Questa sentenza rappresenta un passo importante per i diritti delle lavoratrici. Soprattutto in questi anni in cui le donne non solo non riescono a conciliare i tempi del lavoro con quelli della vita ma hanno una retribuzione diversa da quella degli uomini. Il verdetto – continua – permetterà a questa dipendente di continuare a lavorare. E questa donna potrà farlo anche grazie alla propria forza di volontà e alla decisione di non arrendersi nella battaglia per i propri diritti”. La stessa azienda ha peraltro diversi precedenti alle spalle: nel giugno del 2017 ad esempio, il direttore operativo della stessa è stato condannato dal tribunale di Como a 6 mesi di reclusione per violenza privata: in concorso con altri aveva costretto una cassiera a spogliarsi, accusandola di aver rubato dei soldi e chiedendone le dimissioni.

“Vi racconto la resilienza”. La mostra di Gualazzini

Tutto è pronto per l’inaugurazione della mostra e la presentazione del libro Resilient del fotografo Marco Gualazzini, edito da Contrasto. Oggi, alle ore 18.30 alla Fondazione Forma per la Fotografia in via Meravigli 5 a Milano avrà luogo un evento dove l’Africa, il fotogiornalismo e il lavoro del fotografo saranno protagonisti assoluti. Dapprima verrà sollevato il velo sulla mostra che sarà visibile sino al 24 marzo.Oltre 40 fotografie realizzate da Gualazzini in10 anni di viaggi nel continente africano. Immagini che l’autore ha scattato recandosi a testimoniare crisi umanitarie e conflitti. Ci sono scatti che raccontano la Somalia degli Al Shabaab, altre che parlano della guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo e del saccheggio dei minerali nelle regioni del Nord Kivu. Spazio è dedicato anche alla presenza di Boko Haram nel continente con una raccolta di istantanee frutto di diversi viaggi fatti in Nigeria e nel bacino del Lago Ciad dove la setta jihadista sta proliferando.Le fotografie esposte non mancano poi di portare l’attenzione dello spettatore anche su quelle che i media chiamano le crisi dimenticate, come la guerra in corso in Sudan, nella regione dei Monti Nuba, e poi essendo oggi l’epoca dell’Esodo, della migrazione, Gualazzini non ha omesso di descrivere anche questo fenomeno raccontando non solo le cause che spingono interi popoli ad abbandonare le proprie terre per cercare salvezza altrove, ma anche testimoniando la migrazione nello stesso continente africano come è ben visibile nelle immagini scattate nel più grande campo profughi al mondo: il Dadaab. Un insieme di scatti realizzati nei luoghi della sofferenza umana, ma la sofferenza è in questo caso l’Athanor in cui l’umanità forgia la Resilienza, la resistenza, la prospettiva del divenire.Lo stesso autore Gualazzini ha così parlato in merito al suo lavoro: ”La Resilienza è ciò che lega 10 anni di lavori realizzati in Africa. La Resilienza è la risposta al trauma, la capacità di reagire e non soccombere a questo. Per coglierla nella mostra e nel libro bisogna saper cambiare anche la prospettiva con cui vediamo il mondo e non vedere soltanto le immagini da un filtro nostro, occidentale. Occorre entrare nelle vite che sono immortalate. C’è una foto che mostra una ragazza somala, completamente coperta dal niqab. Se ci limitiamo a giudicare lo scatto dalla nostra prospettiva vediamo una ragazza prigioniera del velo, invece dobbiamo vedere un ragazza somala che dopo anni di totalitarismo teologico e assolutismo qaedista ha oggi la possibilità di andare al mare. Ed è un che di inusitato in un mondo dove il dogmatismo islamista ha governato con la paura e la violenza. Le ragazze di Mogadiscio che tornano al mare, questo è un grandissimo esempio di resilienza”.Di questa foto e di molte altre parlerà Gualazzini, oggi giovedì 31 gennaio, al momento della presentazione del suo libro. Un’occasione preziosa per conoscere il continente africano attraverso lo sguardo e le foto di chi ha catturato l’istante affinchè divenisse perpetua testimonianza del nostro presente.

Peter Jackson lancia i Beatles inediti

Ci vuole un regista premio Oscar come Sir Peter Jackson (Il Signore degli Anelli)per confezionare un film inedito sui Beatles. La Apple e Jackson hanno recuperato 55 ore di filmati mai visti e 140 ore di audio sui quattro di Liverpool, girati tra il 2 e il 31 gennaio 1969, quando la band lavorava all’ultimo album: Let It Be.L’annuncio viene dato proprio oggi, in cui ricorrono i 50 anni dall’ultimo concerto dei Beatles, sul tetto della Apple Records, a Savile Row (la via dei sarti in pieno centro di Londra). I filmati riprendono quindi le sessioni che hanno prodotto l’album Let It Be (premiato con il Grammy) uscito nel maggio 1970, quando la band si era ormai sciolta. La coppia Lennon-McCartney era arrivata al limite della reciproca sopportazione, e Paul il 10 aprile 1970 inviò una lettera al Daily Mirror dicendo di non voler più far parte del gruppo. “Paul Is Quitting the Beatles”, fu il titolo che segnò la fine dell’avventura.All’inizio sembrava che le riprese fossero destinate ad uno special tv, ma poi, la mole e la qualità del materiale recuperato, ha convinto Jackson e la Apple a creare qualcosa di più ambizioso, un vero film che si conclude con la celeberrima performance sul tetto. Solo 5 brani, ma ripetuti in diverse versioni. Lennon che indossa la pelliccia di Yoko Ono per ripararsi dal freddo; Ringo con l’impermeabile rosso; i microfoni avvolti in calze da donna per evitare la forza del vento…. I baronetti così eseguirono Get Back, la lenta ballata Don’t Let Me Down, Dig a Pony, I’ve Got a Feeling, One After 909 per la loro ultima uscita dal vivo.”Le 55 ore di filmati inediti e le 140 ore di audio messe a nostra disposizione – ha dichiarato Jackson – rendono questo film l’esperienza definitiva che i fan dei Beatles hanno a lungo sognato: il film come una macchina del tempo, ci riporta indietro al 1969, facendoci accomodare in studio a guardare questi quattro amici fare buona musica insieme”. Sarà dunque un’esperienza quasi mistica per le legioni di fan dei Beatles, perché è l’unico lavoro che documenti in modo così approfondito il loro lavoro in studio. Niente a che fare con il film Let It Be, uscito dopo il successo dell’omonimo album. (Tra l’altro dopo l’uscita di questo film sarà riportato nelle sale l’originale Let It Be di Michael Linday-Hogg restaurato.”Sono stato sollevato nello scoprire che la realtà è diversa dal mito – ha detto ancora Jackson -; dopo aver esaminato tutto il materiale che Lindsay-Hogg ha reperito 18 mesi prima dello scioglimento, mi sono reso conto di quele incredibile e storico tesoro fosse. Guardare i Beatles lavorare insieme non è solo affascinante: è divertente, edificante e sorprendemtemente intimo”.

“Se vogliamo essere liberi torniamo a leggere i classici”

Nuccio Ordine, grande esperto di Giordano Bruno, professore di Letteratura italiana all’Università della Calabria, visiting professor a Yale, alla New York University, alla Sorbona, al Max Planck di Berlino, fellow a Harvard e alla von Humboldt, direttore di tre collane di classici in Francia (Les Belles Lettres) e dei Classici della letteratura europea di Bompiani, dopo L’utilità dell’inutile e Classici per la vita (entrambi usciti prima in Francia), ora dedica un terzo libro alla sua grande passione. Il titolo, Gli uomini non sono isole (La nave di Teseo, pagg. 334, euro 15), cita la più famosa delle Devozioni per occasioni di emergenza di John Donne, del 1624, la stessa che ha ispirato a Hemingway il titolo Per chi suona la campana. La struttura è quella del libro precedente: brani scelti da testi di autori classici, seguiti da un commento (non lungo). Aristotele, Rilke, Plutarco, Nietzsche, Ariosto, Erasmo, Bruno, Celan, Woolf, Montaigne, Pascal, Vico, Saint-Exupéry…Perché, come dice il sottotitolo, I classici ci aiutano a vivere?”È una lunga battaglia, di un professore che insegna da molti anni… I classici non hanno grande fortuna, né nelle scuole, né all’università. Si leggono soprattutto dei manuali, ed è un errore: è difficile che uno studente si innamori dell’Orlando furioso leggendo un riassunto, o un saggio. Per innamorarti del Furioso, devi leggerlo”.Perché i classici non si leggono più?”Perché la scuola e l’università sono proiettate al mondo del mercato. Gli studenti studiano per ottenere il diploma o la laurea, da spendere nel mercato del lavoro, ma così si perde la funzione del sapere, che ci aiuta a essere buoni cittadini, persone colte che sanno vivere nel loro tempo”.I classici…”… non si studiano per l’esame, o per la laurea, ma perché ci insegnano della vita, ci spingono a riflettere sui grandi temi, anche del presente”.E i professori?”Io insegno al primo anno del triennio. Perché, come dice Bruno nel Candelaio, la vita è come abbottonare i bottoni della camicia: se sbagli il primo sono sbagliati anche tutti gli altri. Agli studenti del primo anno, ogni volta chiedo: che cosa siete venuti a fare?”.Risposta?”A prendere la laurea. E io: no! All’università si viene per diventare migliori, uomini e donne liberi, perché la libertà è nella capacità che abbiamo di leggere autonomamente e criticamente il mondo in cui viviamo”.A proposito di professori, nel libro c’è la lettera, bellissima, scritta da Camus quando riceve il Nobel per ringraziare il suo professore delle medie.”Da dieci anni la leggo agli studenti, e ogni volta mi commuovo. Il giorno in cui vince il Nobel, Camus pensa alla madre, analfabeta, che è stata il suo sostegno; e a quel prof delle medie che gli disse di fare il concorso per il liceo ad Algeri. E che andò a casa sua per convincere la madre e la nonna, visto che il padre era morto in guerra. Lui sa che la sua vita è stata cambiata dall’incontro con quell’uomo. E questo è il compito di un professore. Ma oggi, nelle scuole, non interessano più queste figure”.Chi interessa?”Vogliono un prof manager-burocrate, che dedichi la vita a compilare carte e a trovare soldi per le strutture. Se poi fa una lezione brutta, pazienza. Invece una brutta lezione è un crimine”.I rischi quali sono?”Un genio come Einstein smentiva questi signori, che dicono che bisogna specializzarsi fin da piccoli. È sbagliato, perché uccidi la curiositas, che alimenta la fantasia e l’immaginazione. Senza di esse non c’è creatività e, senza creatività, non ci sono né scienza, né tecnologia. Un suicidio programmato della cultura. Le scienze umane e della natura devono entrambe difendersi dall’utilitarismo”.Lei insegna anche all’estero. È diverso l’approccio ai classici?”Purtroppo l’appiattimento è globalizzato. Solo nelle aree più depresse il sapere resta una possibilità di capire e di riscattarsi. Come il liceo classico da noi, che è sempre stato un ascensore sociale. Io sono nato a Diamante, provincia di Cosenza: negli anni ’60 non c’era una biblioteca, non c’era una libreria. Non c’era neanche la scuola elementare”.E dove ha studiato?”Fino alla quarta, in casa della maestra, che affittava una stanza allo Stato. Quando era ammalata, si alzava e veniva a farci lezione in vestaglia. A casa mia non c’era nemmeno un libro”.Dirige collane in Italia e in Francia. L’editoria valorizza i classici?”Ne dirigo anche in Brasile, in Romania, in Bulgaria, e poi sono responsabile delle traduzioni di Bruno in Cina e in Giappone… Oggi il problema è che per lo più l’editoria ha chiuso le grandi collane di classici o, comunque, ha molto rallentato le pubblicazioni. Se volesse leggere il De remediis utriusque fortunae, un’opera importante di Petrarca, in Italia non troverebbe né un’edizione critica, né una traduzione integrale”.Perché succede?”Gli editori non puntano più sui classici: l’editoria guarda al mercato, e diventa finanza. Io sono fortunato con la collana di Bompiani: sto proponendo cose uniche, come il primo Don Chisciotte e il primo Montaigne bilingue del mondo”.I classici vanno letti in originale?”Di sicuro bisognerebbe provarci. Ma soprattutto ai giovani non si deve instillare solo il monolinguismo dell’inglese, oltretutto di livello basso: dovrebbero misurarsi con le grandi lingue della cultura d’Europa”.Perché il titolo, Gli uomini non sono isole?”Mi preoccupa vedere affermarsi, nella nostra società globalizzata, una visione insulare dell’essere umano. Come se la tua vita si realizzasse solo quando realizzi le cose che ti interessano”.I classici che cosa dicono?”Mostrano che è falso. La tua vita di essere umano può avere senso solo se sei consapevole, come dice John Donne, che appartieni a un continente più grande, l’umanità. Mentre il paradosso della nave di Teseo, raccontato da Plutarco, ci dice molto dell’identità”.Che cosa dice?”Che l’identità non è mai statica, immobile. È un misto di vecchio e nuovo, come la nave a cui hanno cambiato tutte le assi, ormai marce. Io non faccio un discorso politico, ma culturale. In La muraglia e i libri, Borges dice che, quando costruisci i muri, non ti difendi dai nemici, bensì costruisci una pericolosa prigione in cui ti chiudi”.Propone anche, con Nietzsche, l’elogio della “filologia” e, con Rilke, quello del “difficile”. Due concetti molto poco di moda.”Un tema fondamentale. Oggi ai nostri studenti fai capire che il fast è vincente, che devi fare in fretta. Ma il fast learning uccide l’apprendimento, come il fast food uccide il cibo. Nietzsche dice: attenzione, la conoscenza ha bisogno di tempo, di filologia. Serve l’orafo della parola. Invece i ragazzi non riflettono più. E, se bocci qualcuno all’esame, dicono che fai perdere soldi all’università, perché aumentano i fuori corso. Ma io sono un vecchio professore…”.E Rilke?”In una delle Lettere a un giovane poeta, Rilke spiega che la poesia è come un albero: deve maturare, non bisogna avere fretta. Solo lo sforzo che fai ti permette di diventare la persona che sei: questo dovremmo far capire ai nostri giovani. Le pedagogie edonistiche sono menzognere: in tutte le cose serve lo sforzo e, come dice Wittgenstein, è questo sforzo che ci rende migliori”.

Eutanasia, al via la discussione della legge alla Camera

“Sono orgoglioso che la Camera dei deputati abbia deciso di avviare l’esame della proposta di legge popolare sul rifiuto dei trattamenti sanitari e sull’eutanasia”. Lo ha affermato il presidente della Camera, Roberto Fico.”Siamo di fronte a un compito importante, un compito da affrontare con grande senso di responsabilità per avviare la riflessione su un argomento delicato, su cui si è registrato un ritardo normativo notevole – ha scritto su Facebook -. È un lavoro che richiederà tutta la sensibilità e la lungimiranza possibile per trovare una sintesi comune”.Il testo della proposta di legge, nata su iniziativa popolare per la quale sono state depositate oltre 130mila firme raccolte dall’Associazione Luca Coscioni, verrà esaminato nelle Commissioni congiunte Giustizia e Affari Sociali. L’iter dei lavori è stato avviato “con le relazioni illustrative dei deputati Trizzino e Turri”, hanno fatto sapere Marialucia Lorefice e Giulia Sarti, deputate del Movimento 5 Stelle. “Questa proposta di legge è di iniziativa popolare e noi del M5S dobbiamo rispondere in primis ai cittadini, ascoltare i loro bisogni e portare in Parlamento i temi che più li coinvolgono e influiscono direttamente sulla loro vita quotidiana – hanno spiegato – . Siamo certe di poter lavorare nel pieno spirito di collaborazione fra tutte le forze politiche”.Sono passati 1.965 giorni dal giorno in cui è stata depositata la proposta di legge. “Il Parlamento ha la grande occasione di affrontare un tema sempre più sentito e radicato nella società italiana, e di farlo fuori da logiche di fazione e schieramento”, ha commentato Marco Cappato, leader dell’Associazione Luca Coscioni. Si tratta di una legge “attesa dal 76% degli italiani, secondo una recente indagine commissionata da Associazione Luca Coscioni a SWG”.

Quota 100 parte con il botto: “Quasi 5mila domande”

Quota 100 parte con il botto. Secondo i numeri forniti dal Civ dell’Inps, il consiglio di indirizzo e vigilanza, sono quasi 5mila le domande arrivate già all’istituto per chiedere di andare in pensione con una delle misure per il pensionamento anticipato previste dal decreto varato dal governo gialloverde.Il presidente del Civ, Guglielmo Loy ha fornito il dettaglio delle richieste. Alle 17 di oggi, 1.892 sono arrivate per via telematica e altre 2.697 attraverso i patronati. “Tantissime persone si sono presentate nelle sedi dell’Istituto per informazioni su Quota 100 e sul reddito di cittadinanza – ha spiegato Loy – . L’afflusso maggiore è al Centro-Nord”.La reazione di Di Maio”‘Quota 100 non funzionerà’, ‘Pochissimi aderiranno a Quota 100’, ‘Quota 100 non basta’, ‘Quota 100 è un bluff’, ‘Quota100 operazione di facciata’. Così dicevano tutti. Dicevano che era irrealizzabile. Noi invece l’abbiamo fatta”, ha commentato su Facebook Luigi Di Maio.”Smettiamola di ascoltare i menagrami – ha continuato il vicepremier -. Abbiamo dato l’opportunità a chi ha lavorato una vita intera di esercitare un proprio diritto. Con le uscite di quota 100 e lo sblocco del turn over si apriranno tantissime opportunità di lavoro per i nostri giovani. Parte il ricambio generazionale! Stiamo realizzando quello che abbiamo detto e i risultati si cominciano a vedere. E siamo solo all’inizio!”.

Nella “rossa” Emilia Romagna i soldi per i disabili ai migranti

Nell’Emilia Romagna del dem Stefano Bonaccini, circa la metà delle risorse regionali destinate al lavoro delle fasce deboli, portatori di handicap in primis, è finita in a favore dei migranti.Insomma, i tirocini finanziati con soldi pubblici (fondi regionali ed europei) “riservati” ai disabili, ex carcerati, soggetti dipendenti da droghe o alcool, giovani in situazioni di grave difficoltà familiare (e via dicendo) sono stati assegnati agli immigrati. Certo, non tutti, ma in buona, buonissima parte: nella regione, nel 2018, ben 1.758 sui 3.631 attivati hanno coinvolto richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale o umanitaria. Ecco, praticamente il 50%. Come riportato anche da La Verità, “circa la metà dei percorsi di avviamento e inserimento al lavoro dedicati alle fasce deboli finiscono per riguardare i sedicenti profughi”. E ancora: “A Bologna 386 tirocini su 638 sono andati a richiedenti asilo e solo 97 a persone a cui spettavano in base alla legge sulla disabilità […] A Ferrara su 365 percorsi avviati 169 sono stati dedicati agli immigrati sbarcati sulle nostre coste, mentre solo 140 sono andati ai disabili. Più o meno come a Parma dove i sedicenti profughi hanno occupato 217 posti su 496 disponibili”.Mentre Imola Oggi scrive: “Nella provincia di Forlì-Cesena, su 428 tirocini di tipologia C, attivati nel 2018 dalla Regione, ben 229 (circa il 53%) hanno coinvolto richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale o umanitaria, mentre solo 57 sono stati riservati a persone svantaggiate e 142 a persone con disabilità”. Invece, a Reggio Emilia il 69% dei tirocini formativi dedicati ai portatori di handicap e alle persone in difficoltà, sono stati assegnati ai richiedenti asilo.”Invece di pensare agli italiani in difficoltà, le amministrazioni Pd preferiscono pensare ai sedicenti profughi. E questa volta ad essere danneggiati sono addirittura i disabili” la dura denuncia del consigliere leghista Gabriele Delmonte, che insieme al collega di partito Daniele Marchetti ha sollevato la spinosa questione.